Visualizzazione post con etichetta genitori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta genitori. Mostra tutti i post

martedì 11 marzo 2014

Paghetta si o paghetta no?


di Giorgia Andretti
È l’eterno dilemma dei genitori. Alcuni elargiscono ai propri figli una cifra settimanale o mensile, altri ritengono che non sia necessaria, visto che bambini e ragazzi, oggi, hanno davvero tutto quello che desiderano e quindi non occorre fornire altro denaro. In realtà, concedere una quota ai propri figli di tanto in tanto significa renderli consapevoli del valore del denaro. Se i bambini spendono subito quello che deve bastare loro per un mese, una volta rimasti senza soldi si renderanno conto di non essere stati abbastanza oculati e, per quanto piccoli, la volta successiva staranno più attenti.
Ovviamente va spiegato il perché dei soldini, infatti, non devono essere considerati come un regalo ma una ricompensa per i piccoli servizi che il bambino dovrà iniziare a fare. E’ ovvio, tutto dovrà essere rapportato all’età. Tra i servizi messi in elenco possiamo inserire: fare in autonomia i compiti per casa, apparecchiare la tavola per la cena, tenere in ordine la propria stanza. Regaliamogli un bel portafogli e un salvadanaio: nel primo potrà tenere gli spiccioli per i piccoli sfizi di tutti i giorni – il gelato o il pacchetto di figurine, nel secondo potrà inserire i soldini risparmiati e quindi non spesi. In questo modo, se sarà abbastanza attento e non esagererà in spese inutili, mese dopo mese vedrà crescere il suo piccolo tesoro e potrà comprare,con le sue sole ed uniche risorse, qualcosa di bello e di importante, come un pallone da calcio o un paio di scarpe tanto desiderate.
Mai iniziare troppo presto
Per quanto riguarda la quantità di denaro da concedere a un bambino, un punto di partenza giusto è l’età. La paghetta può essere elargita a partire dalla terza elementare, meglio ancora dalla quarta. Prima di allora, dare dei soldi in mano a un bambino è controproducente e perfino inutile. Prima di tutto un bambino troppo piccolo potrebbe perdere il denaro, oppure regalarlo senza capirne il valore o semplicemente lasciarselo portare via da qualche amichetto, spesso anch’egli inconsapevole. Inoltre, non sapendo destreggiarsi ancora bene nei calcoli, non riuscirebbe a capire il valore del denaro, a fare somme e sottrazioni per avere il resto e qualche negoziante privo di scrupoli e di etica potrebbe approfittarsene, o semplicemente sbagliarsi perché poco attento. Oltretutto, il sistema di numerazione con l’euro e i centesimi non è semplicissimo, nemmeno per i più grandicelli. Dovremo essere pazienti e non arrabbiarci se, per le prime volte, nostro figlio smarrirà il denaro: ovviamente, se succederà più di una volta, vorrà dire che dovremo aspettare ancora qualche mese prima di iniziare il rito della paghetta.
La cifra giusta per ogni età
Quanto si deve concedere a un ragazzino? Possiamo partire dall’età di nostro figlio: a nove anni avrà 9 euro, a dieci anni 10 euro e così via…. Saremo noi a stabilire la frequenza della paga, anche in base ai regali che il piccolo riceve, per esempio, dai nonni o dagli zii. La paghetta, però, più che disporre di una somma di euri per acquistare qualcosa, deve avere un valore simbolico: deve essere il giusto riconoscimento per aver svolto bene il proprio lavoro. Dobbiamo fare molta attenzione e gestire la paghetta con intelligenza: nostro figlio, infatti, non dovrà mai pensare che l’obiettivo della paghetta è quello di dare dei buoni risultati a scuola. A scuola ci si deve impegnare per eccellere, per dare il meglio di sé, per imparare il piacere dello studio e fare maturare le ambizioni. Un po’ come succede per mamma e papà sul lavoro: oltre alle soddisfazioni personali, al piacere di essere creativi e alla crescita professionale, a fine mese hanno lo stipendio che può dipendere anche da quanto si sono impegnati. Lo stesso può valere, in scala ridotta, per i nostri bambini.

martedì 21 gennaio 2014

La miopia è ereditaria?


di Paolo Nucci 
Alla base di tutti i difetti refrattivi la componente ereditaria non è trascurabileanche se la penetranza, ovvero la possibilità che il difetto si manifesti, non è del 100% el’espressività, cioè l’entità del difetto, non è sempre comparabile a quella dei genitori.

Un paragone ragionevole è quello della statura, se un genitore è alto 1 e 70 è improbabile che il figlio sia alto 1 e 90, e non tutti i figli potranno avere la stessa altezza.
Sin dal primo giorno di vita è possibile esplorare i difetti di vista di un bambino, anche se nei primi mesi il difetto tenderà ad una ipermetropia e astigmatismo maggiori di quelli che si rileveranno dipoi il secondo anno di vita.
In molti si chiedono se indossare o no gli occhiali incide sull’andamento del difettoE’ un argomento controverso. E’ sicuro che non tutti i difetti vanno corretti, soprattutto quando non influenzano negativamente lo sviluppo della capacità visiva a lungo termine, è certo che una certa ipermetropia è fisiologica nel bambino molto piccolo e che una miopia modesta non è in grado di determinare occhio pigro. 
In generale si può dire che si tende a essere più indulgenti nella correzione dei difetti lievi e simmetrici ma l’innocenza del problema deve essere attentamente valutata da uno specialista esperto.

In alcuni casi è possibile prevedere il peggioramento della miopia, ma non la sua entità, un po’ come la statura.

martedì 14 gennaio 2014

Le felicità si eredita


Affrontare la vita con un sorriso non è solo un modo di dire, ma è anche genetica.
Vi piacerebbe vedere i vostri figli sempre sorridenti, ottimisti, positivi?
Un modo c’è: dovete esserlo voi prima di tutti.
Proprio così. Un nuovo studio, pubblicato su ‘Bioscience Hypotheses’, suggerisce infatti che i sentimenti e gli umori che proviamo nel corso della vita possono influenzare i nostri figli, fin da prima della nascita.
In particolare, secondo Alberto Halabe Bucay del Research Center Halabe and Darwich in Messico, un vasto gruppo di sostanze chimiche – generate nel cervello in seguito a differenti disposizioni d’animo – possono influire su ovuli e sperma, cellule all’origine della generazione successiva.
Nel suo articolo, il ricercatore suggerisce che gli ormoni e le sostanze chimiche ‘figlie’ di felicità, depressione e altri stati mentali possono lasciare il segno sulle cellule germinali, dando luogo a modificazioni proprio nel momento del concepimento.
Sostanze chimiche prodotte nel cervello come le endorfinea sono note per avere significativi effetti su spermatozoi e ovociti, alterando la struttura dei geni che sono attivi in queste cellule. 
“Naturalmente è noto che il comportamento dei genitori influenza i bambini, e che i geni che un bambino riceve da mamma e papà contribuiscono a formare il suo carattere”, ha spiegato Halabe Bucay. “Il mio studio – ha aggiunto – suggerisce una via attraverso la quale la psicologia dei genitori prima del concepimento può effettivamente incidere sui geni del bambino“.
Si tratta di una “idea intrigante”, ha commentato William Bains, editore della rivista. “Abbiamo voluto pubblicarla – ha aggiunto – per vedere cosa ne pensano gli altri scienziati, e se altri ricercatori hanno dati che potrebbero sostenerla o smentirla”. Insomma, stimolare il dibattito sulle nuove idee.
Nel dubbio, siate felici! 

giovedì 9 gennaio 2014

5 falsi miti sulle mamme che lavorano

Oggi proveremo a svecchiare un po' alcune di queste convinzioni.

1 Più lavoro, meno figli potrò avere FALSO

20 anni fa questa correlazione era corretta, cioè il tasso di occupazione femminile – niente di più che la percentuale di donne al lavoro – era inversamente proporzionale al tasso di natalità, ovvero al numero medio di figli per donna.
E’ rimasta questa convinzione, ma i numeri sono cambiati! Ora le donne che lavorano sono anche quelle che hanno più figli.



2 Mia mamma ha fatto la casalinga tutta la vita e non abbiamo avuto problemi economici FALSO (OGGI)

Se in passato il modello familiare monoreddito, cioè con una persona sola in famiglia che lavorava, ha funzionato ora – purtroppo o per fortuna – non è più così. In sociologia si definiva il “male bread-winner” ovvero l’uomo che porta a casa la pagnotta. Gli ultimi dati Istat ci dicono che la disoccupazione ha colpito anche i lavori un tempo “sicuri”, quelli a tempo indeterminato dove stavi una vita nella stessa azienda, crescendo al suo interno.
E che in un numero sempre maggiore di famiglie è la donna – per scelta o per necessità, dopo che il partner ha perso il lavoro - a portare a casa una parte significativa dello stipendio o, se non lavorava, a rimettersi attivamente alla ricerca di un lavoro.

3 Costa di più lavorare e mandarlo al nido che stare a casa FALSO

Prima di tutto c’è un vizio all’origine del calcolo. Perché quasi mai si include lo stipendio del marito, che pure è parte diretta in causa?
Poi il calcolo non può essere fatto solo per i primi tre anni del nido, perché il costo – oggettivamente alto – si compensa con la semi-gratuità della materna e delle elementari.
Mentre se una neo-mamma esce dal mercato del lavoro oggi e resta fuori per tre anni (fino all’inizio della materna) avrà molte difficoltà a ritrovare un lavoro dopo. In più con il nuovo Isee –  appena varato dal Governo – sarà più semplice per chi davvero ha un lavoro e dei figli richiedere agevolazioni.
Ricerche recenti dimostrano infine che non solo la presenza di due redditi in famiglia riduce la vulnerabilità nei confronti di rischi occupazionali e familiari (disoccupazione, divorzio), ma riduce anche il rischio di povertà della famiglia e dei minori, che è in netta crescita in molti paesi europei (Studio realizzato nel 2007 da Cavalcanti e Tavares, e aggiornato nel 2010 dalla Professoressa Daniela Del Boca).

4 I figli al nido stanno peggio FALSO

Diverse e recenti ricerche dimostrano ormai che frequentare un asilo nido nei primi tre anni non solo non è traumatico ma aumenta le loro capacità cognitive, e affettive e psicologiche. Purché sia una struttura professionale, e non baby parking o colf.
Eppure in Europa sempre di più si sta studiando e apprezzando l’importanza dell'investimento educativo nei primi anni di vita, che come ha dimostrato il premio Nobel per l'economia James Hackman, diminuiscono con il crescere dell'età.

5 I papà non si curano dei figli FALSO

L’Istat ha più volte fotografato la fatica delle donne italiane che tra le mura domestiche si sobbarcano il 70% del lavoro tra pulizie, stiro e figli.
Ma questo peso si alleggerisce se ha un’attività fuori casa (dal 73,4% al 71,4% del totale delle faccende domestiche).
Anche un altro studio ha illustrato bene come l’uso del tempo all’interno di una famiglia è molto meno “sbilanciato” se anche la donna lavora: numeri alla mano, c’è infatti una correlazione positiva tra attività professionale della donna, e relativo stipendio, e impegno maschile in casa.

Come dire: impariamo a delegare e ritagliarci anche noi una vita fuori dalle mura domestiche.

martedì 3 dicembre 2013

I figli? Vanno elogiati ma con misura

articolo di Simona Regina, tratto da corriere.it

«Come sei brava!». «Che bel disegno». «Quanto sei intelligente!». «Sei davvero un campione». Alla lunga lodare i propri figli è un bene o un male? A chi sostiene che l’uso delle ricompense, tra cui la lode, possa essere una pratica educativa dannosa per i bambini, fa eco chi al contrario sottolinea che i più piccoli hanno bisogno dell’approvazione e dell’elogio degli adulti.
STOP ALLE LODI - Alfie Kohn, per esempio, educatore e autore di libri su pregi e difetti di diversi metodi educativi, mette in guardia genitori e insegnanti: a suo avviso la lode rischia di trasmettere ai bambini l’idea che siano amati solo quando si comportano in modo consono alle aspettative dei grandi. Sostiene inoltre che, alla lunga, la lode può minare la fiducia in se stessi e scalfire le motivazioni personali, perché il fare bene una cosa smette di essere un piacere e una soddisfazione di per sé, ma solo un modo per essere apprezzati dell’adulto, col rischio di innescare una sorta di dipendenza dall’approvazione di mamma, papà o dell’insegnante. Oltre a far sentire i più piccoli sempre sotto giudizio, tanto da renderli insicuri nell’esprimere le proprie idee e scoraggiarli nel mettersi alla prova, perché preoccupati di essere all’altezza della situazione.
NUTRIENTE ESSENZIALE - Di tutt’altro avviso è lo psicologo infantile Kenneth Barish, professore di psicologia al Weill Medical College della Cornell University. «A mio avviso - scrive su Psycology Today - il bisogno di un figlio di essere elogiato e ricevere l’approvazione da parte degli adulti non è una ricompensa “estrinseca”. Lo sono le paghette in denaro. Ma la lode, come un sorriso o uno sguardo di approvazione, è tutt’altra cosa. È un bisogno umano fondamentale e non è una “tecnica “ per allevare bambini obbedienti». Anche perché, secondo l’autore di Pride and Joy, in fondo nel corso di tutta la vita siamo interessati alle opinioni altrui, e quando abbiamo lavorato duro e fatto un buon lavoro ci fa piacere che gli altri riconoscano e apprezzino il nostro impegno. «La lode dunque non è una forma di controllo, ma un incoraggiamento». Per cui, in definitiva, perché privare i più piccoli del piacere di essere elogiati per quello che hanno fatto con passione e impegno? In fondo, che sia un disegno, un gioco o i compiti di scuola, quando sono orgogliosi e soddisfatti per quello che hanno fatto, i bambini ci guardano, vogliono coinvolgerci, suscitare il nostro interesse e ricevere la nostra approvazione. La lode, dunque, per Barish non è come lo zucchero, qualcosa che i bambini amano e desiderano ma che a lungo termine può essere nocivo per la loro salute. «È più come un nutriente essenziale. Non è certo l’unico o il più essenziale, ma ne abbiamo bisogno tutti, e in particolare i bambini: hanno bisogno di sapere che siamo orgogliosi di loro. E questa certezza è un prezioso sostegno emotivo».
MEGLIO ELOGIARE L’IMPEGNO - In definitiva, però, meglio elogiare l’impegno, lo sforzo con cui i piccoli di casa fanno un disegno, un puzzle, una costruzione più che il risultato o il loro talento, e lasciarsi coinvolgere dal loro entusiasmo, in modo che si sentano amati e non giudicati, perché «è questa l’attenzione di cui il vostro bambino ha bisogno» consiglia la psicologa Laura Markham. Del resto, dopo anni di ricerche, la psicologa di Stanford Carol Dweck suggerisce ai genitori di non elogiare i propri figli perché intelligenti, nella convinzione di accrescere la loro autostima. In questo modo, infatti - lo ha spiegato su Scientific American e lo ribadisce in un nuovo articolo pubblicato su Child Development - la lode rischia di essere controproducente: di renderli più fragili in caso di fallimenti, insicuri di fronte alle difficoltà e tendenzialmente restii a mettersi in gioco per migliorare i propri punti deboli. Perché lo sforzo è percepito come meno importante dell’essere intelligenti. Ma a scuola, come nella vita, ogni tipo di traguardo è una sfida e richiede impegno, quindi meglio elogiare i bambini per le qualità che possono controllare (come l’impegno appunto), affinché considerino le nuove sfide come opportunità per imparare e crescere, nella convinzione che si possa sempre migliorare.
SBAGLIANDO SI IMPARA - Insomma, le lodi servono in alcuni momenti, ma ci vuole misura nel complimentarsi con i propri figli per i piccoli o grandi successi quotidiani. «Uno, perché l’eccesso di lode alla lunga perde di significato. Due, per non espropriali del piacere di fare qualcosa puramente per il piacere di farlo, senza pensare di doverlo fare per appagare il proprio genitore. E infine, per non gonfiare in maniera eccessiva il loro io» precisa Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. «Il bimbo o la bimba che si sente continuamente dire “come sei brava” o ”come sei intelligente”, può perdere il senso della realtà, pensare di riuscire sempre bene in tutto e potrebbe di conseguenza avere difficoltà ad accettare gli errori, da cui invece si impara molto». «Elogiare continuamente i propri figli, farlo fuori luogo, senza motivo, e allo stesso tempo pretendere sempre il massimo, può in effetti comportare una sollecitazione eccessiva con conseguente difficoltà a tollerare le frustrazioni connesse agli insuccessi che nella vita inevitabilmente arrivano» sostiene Giorgio Rossi, direttore della neuropsichiatria infantile dell’Ospedale del Ponte di Varese. «L’importante è essere rassicuranti, dare cure continue ed essere disponibili sul piano affettivo, in modo da offrire il sostegno di cui hanno bisogno».
ACCETTARE LE SCONFITTE - Anche secondo Sabrina Bonichini, professoressa di psicologia della salute del bambino all’Università di Padova, dietro troppi elogi c’è il rischio che i bambini non sappiano accettare le sconfitte, alimentando al contrario una fragilità narcisistica. «Gli elogi, dunque, sono importanti ma vanno motivati e devono essere specifici. È bene quindi sottolineare l’impegno che ha permesso di raggiungere la meta e non solo il risultato, perché altrimenti si rischia di demotivarli, attribuendo il successo a una caratteristica intrinseca, per esempio l’intelligenza, più che alla caparbietà e alla perseveranza». E la stessa cosa vale per i rimproveri: «devono essere mirati al comportamento e non sulla persona: quindi, per esempio, è meglio non dire al proprio figlio “sei cattivo”, ma “hai fatto una cosa sbagliata” e spiegargli il perché».

sabato 16 novembre 2013

Apprendimento precoce: imparare da piccoli è più facile!


Oggigiorno, genitori ed educatori osservano con orgoglio e meraviglia bambini che ancora non sanno parlare né camminare ma distinguono con abilità e sicurezza il telecomando della televisione da quello del condizionatore e accendono rapidamente pc e cellulari, individuando senza problemi il tasto giusto da premere (i cosiddetti nativi digitali).
Siamo di fronte a piccoli geni? I bambini - anche quelli molto piccoli - sono “bombardati” da informazioni e stimoli provenienti dalla realtà che li circonda e ripetono semplicemente le azioni che vedono fare agli adulti. Sono come spugne e apprendono continuamente, a prescindere da un nostro reale intento educativo, e per questo è importante fornire loro gli stimoli giusti.
primi anni di vita sono fondamentali per l’apprendimento ed è un grosso errore pensare che un neonato non capisca “perché è piccolo”, dato che in realtà già possiede un potenziale inimmaginabile e un’eccezionale capacità di comprensione e assimilazione. Non bisogna dimenticare che l’intelligenza è anche frutto delle opportunità fornite e degli stimoli provenienti dall’ambiente circostante e che il cervello “cresce con l’uso”. A chi ritiene che imparare in tenera età possa rappresentare uno sforzo eccessivo e che possa rubare qualcosa all’infanzia, gli studiosi ribattono che per i bambini imparare è l’attività più bella, inconsapevole e allo stesso tempo naturale che ci sia.
Sono avidi e desiderosi di conoscere, attratti dalle novità e pieni di soddisfazione e gioia quando mostrano i loro progressi. Siamo noi adulti che, col tempo e con il nostro atteggiamento, li portiamo a convincersi che studiare sia solo un noioso e duro lavoro.

Come si può stimolare l'intelligenza del proprio figlio?

Ovviamente, non si può salire in cattedra e dare lezioni nel modo “classico” e il genitore non deve caricare il bambino di apprensioni e aspettative eccessive, né di ambizioni personali. Lo scopo dell’apprendimento precoce non è diventare il primo della classe, ma avere l’occasione di trasformare le proprie potenzialità in saperi e abilità. Il punto di partenza è il risultato scientifico secondo cui dopo i due-tre anni imparare a leggere, a parlare una lingua straniera o a fare i conti diventa sempre più difficile e ciò significa che, paradossalmente, quando il bambino a sei anni inizia ufficialmente il suo percorso di studi, l’immensa capacità di apprendimento di cui è stato dotato alla nascita già sta iniziando a decrescere.
Per quanto riguarda la lettura, è importante favorire un piacevole incontro tra il libro e il bambino fin dai primi mesi di vita. Questo non solo favorirà l’acquisizione delle competenze necessarie ad apprendere come leggere e scrivere, ma aiuterà anche a creare un momento speciale da poter condividere con mamma e papà.
All’inizio il bambino parteciperà alla lettura solo tentando di mordicchiare le pagine o di appropriarsi del libro, ma poi pian piano inizierà ad osservare le figure e a sentire attraverso il tatto i diversi materiali di cui sono fatti i libri gioco studiati proprio per i più piccoli. Pagine cartonate, di stoffa o di legno, rumori e fruscii provenienti dai fogli, finestrelle che si aprono e permettono di animare la lettura… I primi libri permettono una lettura multisensoriale. Il bambino si appassionerà al ritmo delle storie che ascolterà e imparerà a leggere le figure e poi le parole ad esse associate in modo quasi naturale, riconoscendo azioni e oggetti a lui familiari e imparando a conoscerne altri. 

piccoli geniAnche le lingue s’imparano con molta più facilità e con più successo in età prescolare e, oltre a canzoncine, filastrocche, giochi e cartoni animati multilingue, si stanno moltiplicando i corsi di lingua straniera per mamme e bambini. L’orecchio dei più piccoli è molto più attento e la loro mente molto più aperta e plasmabile, ciò permette di imparare la pronuncia e l’intonazione giusta, capacità che si riduce crescendo.

Per quanto riguarda la matematica poi, imparare i numeri giocando è davvero facile e divertente. Si può farlo giocando a carte, ma anche contando insieme il numero di pezzetti di mela nel piatto, i pastelli colorati sul tavolo o i giochi da mettere nella cesta. In definitiva i numeri sono dappertutto, basta insegnare ad associarli agli oggetti reali, perché è più facile del contare in modo astratto.
L’importante è che per il bambino tutto sia un gioco e che, pertanto, si rispettino i suoi tempi, le sue predisposizioni e i suoi bisogni, interrompendo la “lezione” prima che si annoi. Insegnare deve essere un divertimento innanzitutto per l’adulto, che, prima che veri e propri contenuti didattici, deve trasmettere con gioia l’amore per la conoscenza e stimolare la curiosità.
Una valida forma d’insegnamento può essere anche descrivere ciò che si fa o passeggiare nel parco e illustrare il nome di fiori e animali. Basta parlare con calma e chiarezza e ripetere i nomi di oggetti e azioni, in modo che possano essere memorizzati, dando poi la possibilità al bambino di fare esperienza concreta di quanto imparato.
Anche se la tecnologia aiuta e può rappresentare un valido supporto allo studio, è importante ricordare che dare gli stimoli giusti al bambino non deve significare solo fornire loro cellulari e computer supertecnologici, anche se ideati apposta per lui. Non bisogna far perdere il contatto con la realtà e il gusto della fatica che c’è dietro la scoperta di un prato verde o di un cielo azzurro… toccato con mano e non con un semplice click del mouse.

giovedì 14 novembre 2013

Genitori che avventura! Intervista a Sofia Mattessich (terza parte)

Continua l'intervista a Sofia Mattessich, autrice del libro "Genitori che avventura! Principi  pratici per educare i figli" edito da San Paolo, di cui trovate qui la prima e qui la seconda parte.

E' importante osservare il comportamento dei figli: può farci qualche esempio di come e cosa osservare e che cosa dedurre?

Per conoscere i nostri figli, occorre dialogare con loro e osservarne il comportamento; teniamo presente che i bambini usano molto di più le azioni che le parole per esprimere i loro sentimenti. 

Per riuscire a osservare il comportamento di nostro figlio e a dedurne qualcosa, occorre prima di tutto prestare attenzione e in secondo luogo riflettere.
Per esempio, se una sera fatichiamo molto più del solito a mandare a letto il nostro bambino, pensiamo a che cosa può aver causato preoccupazione o sovraeccitazione, ricordando quel che è successo oggi o che è in programma domani (abbiamo avuto una discussione accesa con nostro marito/moglie? Domani il piccolo festeggia il compleanno invitando gli amichetti a casa?). E’ importante non lasciare nostro figlio da solo con le sue emozioni, ma aiutarlo prima di tutto a verbalizzarle, dando loro un nome e identificandone le cause; poi aiutiamolo a rielaborarle e gestirle in modo adeguato (dicendo per esempio: “qualche volta la mamma e il papà discutono su qualcosa, ma poi trovano un accordo”, “anche l’anno scorso eri emozionato prima della tua festa, poi ti ricordi che sono venuti Camilla e Francesco, avete giocato con il didò, hai soffiato le candeline e aperto i regali…”).

Oppure un bambino manifesta un comportamento oppositivo in una situazione in cui normalmente è conciliante, oppure si fa male ripetutamente o litiga più del solito con il fratellino; anche qui occorre riflettere sulle cause (può anche essere solo stanchezza, connessa all’attività svolta durante la giornata oppure per esempio allo sforzo nell’affrontare un cambiamento per lui impegnativo, come l’inizio della scuola o anche il trasferimento in una località per trascorrervi le vacanze).

Se osserviamo che il nostro bambino di fronte ai compiti nuovi si scoraggia alla prima difficoltà, può darsi che abbia troppa poca fiducia in se stesso e che sia necessario fargliene acquisire di più, per esempio facendogli notare di volta in volta come ha imparato a svolgere bene una qualche attività che prima non sapeva fare.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito; le parole-chiave per noi genitori sono “attenzione” e “riflessione”.

"I no che aiutano a crescere": forse oggi per i genitori è la parte più difficile. Può rassicurare mamme e papà dei più piccoli dando qualche consiglio su come sia utile e possibile dire di no ai figli?

Lo stile educativo più diffuso un tempo era di tipo autoritario: i genitori facevano attenzione soprattutto a controllare il comportamento attraverso regole rigide e divieti, senza dare molte spiegazioni e coltivando poco la dimensione degli affetti. 

Oggi, nonostante il proliferare di testi divulgativi del tipo “Se mi vuoi bene, dimmi di no”, è molto diffuso uno stile permissivo, in cui ai figli si impone poco il rispetto di regole e limiti, un po’ per stanchezza (dire di no richiede spesso più energia) e un po’ perché i genitori desiderano vedere i propri figli contenti e non si rendono conto che così facendo non li renderanno felici, ma fragili. Infatti, i bambini hanno bisogno di regole (il più possibile coerenti) e di un adulto forte che sappia contenere i loro desideri, impulsi ed emozioni, che funga da guida sicura e da argine; solo così possono crescere sicuri e imparare col tempo ad autoregolarsi, finché sapranno un giorno dirsi da soli: “Ora non posso giocare, perché prima devo fare i compiti”. 

Inoltre, l’esperienza della frustrazione costituisce per i piccoli un’opportunità essenziale di imparare ad affrontare le difficoltà e di rafforzarsi; senza di essa, i nostri adolescenti andranno in crisi di fronte alle prime avversità.
La famiglia di oggi rispetto a quella di un tempo ha il grande pregio di essere un luogo caloroso, in cui si comunicano affetti. Non è auspicabile il ritorno al vecchio autoritarismo, bensì l’adozione di uno stile educativo autorevole, in cui i genitori oltre al calore dell’affetto comunichino regole chiare e coerenti e ne pretendano l’osservanza in modo fermo, stabilendo limiti e non soddisfando prontamente tutti i desideri dei figli. I bambini educati con questo stile mediamente hanno più fiducia in se stessi, sono più autonomi, responsabili e più abili nei rapporti sociali.

Quando noi genitori diciamo “no” a un desiderio di nostro figlio, dobbiamo osservare tre passi: 
1) esprimere comprensione per il suo desiderio e i suoi sentimenti;  
2) mostrargli però le esigenze della realtà; 
3) dargli sostegno e valorizzarlo. 
Per esempio, potremmo dire: “(1) Capisco che vorresti restare qui al parco a giocare con i tuoi amici e che ti dispiace dover tornare a casa, ma (2) dobbiamo rientrare, perché devo preparare la cena; (3) [quando il bambino acconsente, seppur sbuffando] bravo, ero certa che avresti capito”. 
In questo modo il bambino non percepisce un genitore “cattivo” che proibisce e sgrida, ma un genitore che (1) lo capisce e (2) gli indica le esigenze della realtà che comportano anche frustrazioni – frustrazioni alle quali (3) egli è in grado di far fronte.

giovedì 7 novembre 2013

Genitori che avventura! Intervista a Sofia Mattessich (seconda parte)

Continua l'intervista a Sofia Mattessich, autrice del libro "Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli" edito da San Paolo, di cui trovate qui la prima parte.

Quali suggerimenti può dare a una mamma e un papà che desiderano coltivare di più la relazione con i propri bambini, dalla nascita via via fino ai cinque anni?

Suggerisco: coccole, parole, giochi, apprendimento. Ai papà suggerisco anche di partecipare fin dall’inizio ai compiti di accudimento, come ormai sempre più spesso succede.

COCCOLE. Fin dalla nascita, il bambino ha bisogno non solo di contatto fisico, ma anche di coccole. I gesti con cui tocchiamo il piccolo e le parole che gli rivolgiamo devono esprimere la tenerezza e l’affetto che proviamo per lui; se noi genitori esprimiamo questi sentimenti anche all’interno della coppia, è più facile che essi circolino poi in tutta la famiglia.

PAROLE. Non è mai troppo presto per parlare con un bambino. I neonati apprezzano il suono della nostra voce, che ha su di loro un effetto calmante; spieghiamo dunque loro che gli stiamo per cambiare il pannolino, che gli mettiamo il golfino, ecc. Man mano che i bimbi crescono, continuiamo a parlare con loro (non “a loro”) adeguando i discorsi all’età e mostrandoci sinceramente interessati a ciò che raccontano.

GIOCHI. Per un bambino, i momenti trascorsi a giocare con un adulto amorevole andranno a costituire nella sua memoria un patrimonio indelebile di emozioni positive. Adattiamo il tipo di gioco all’età di nostro figlio (quando è ancora molto piccolo, stiamo attenti a non sovrastimolarlo e a mantenere un ritmo lento); osserviamone le preferenze e assecondiamole, tenendo presente che possono variare in base al livello di stanchezza e all’umore, esattamente come per noi. 

APPRENDIMENTO. Il bambino ha sete di apprendere e noi siamo il suo punto di riferimento: a noi chiede il nome e la funzione di ogni cosa, dalle nostre reazioni (oltre che dalle nostre parole) impara quali situazioni e quali persone sono “buone” e quali invece devono destare preoccupazione. Condividere con il piccolo le nostre conoscenze (anche leggendo libri e raccontando storie) e insegnargli le nostre abilità, svolgendo qualche attività insieme (per esempio: stendere i panni, innaffiare i fiori, lavare l’auto), è un ottimo modo per approfondire e consolidare la relazione, ricordando che fino ai 5-6 anni è bene che l’apprendimento non sia strutturato, ma che rimanga sul piano del gioco, e che non è importante la quantità di nozioni e abilità che riusciamo a insegnare, ma la curiosità e la passione che riusciamo ad accendere. Cerchiamo di proporre al bambino conoscenze e attività calibrate sulle sue capacità, in modo che sviluppi la fiducia in se stesso e si senta in gamba.

Lei suggerisce di mettersi nei panni del bambino per capire il suo punto di vista: come possono fare i genitori?

Prima di tutto, noi genitori dobbiamo pensare all’emozione che il piccolo sta provando in un dato momento; fino ai 5 anni, le risposte emotive dei bambini sono molto semplici, riferibili alle cosiddette “emozioni di base”: rabbia, paura, sorpresa, gioia, tristezza, gelosia, imbarazzo. 
Poi dobbiamo identificarne le cause, che in genere a quell’età sono legate al presente: a quel che è successo appena prima o a quel che il bambino si aspetta succeda subito dopo. In questo modo, ci siamo sintonizzati sullo stato interno di nostro figlio e possiamo insegnargli a verbalizzare le sue emozioni e a esprimerle con parole e comportamenti adeguati. Per esempio, invece di limitarci a sgridarlo perché ha dato uno spintone al fratellino, possiamo dirgli: “capisco che sei arrabbiato perché Dario ti ha preso l’automobilina con cui stavi giocando tu, ma non si danno gli spintoni; puoi dirgli ‘ridammi l’automobilina che ci stavo giocando io, prendi quest’altro giocattolo’”.

Ricordiamo che la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni non è innata, ma si deve apprendere; se non insegniamo al bambino a riconoscere che sta provando rabbia e che cosa l’ha causata, lui sarà consapevole soltanto del fatto che gli viene da dare uno spintone al fratellino: bisogna spiegargli che la rabbia è giustificata, ma che va espressa in un altro modo; se ci limitiamo a condannare lo spintone, il bambino capirà che il suo impulso a spingere è sbagliato (mentre è normale) e non sarà affatto facile per lui imparare da solo come gestirlo la prossima volta che lo sentirà.

Cerchiamo, inoltre,  di tenere presente i limiti cognitivi e di giudizio morale di un bambino piccolo. A partire dai due anni, il bambino ha bisogno di separarsi da noi genitori e, proprio come un adolescente, raggiunge quest’obiettivo anche attraverso l’opposizione; ma gli strumenti disponibili a quest’età per opporsi sono ancora rudimentali: per esempio, possono consistere semplicemente nel fare il contrario di quello che diciamo noi, apparentemente per il solo gusto di provocarci; quando perdiamo comprensibilmente le staffe, ricordiamo qual è la motivazione del bambino (crescere, separandosi da noi) e quali i suoi limiti cognitivi. Per quanto riguarda la capacità di giudizio morale, non stupiamoci per esempio se un bambino di tre anni appare dispiaciutissimo perché ha rotto qualcosa inciampando per errore, ma non sembra sentirsi in colpa per avere dato volontariamente un forte spintone al fratellino che per fortuna non si è fatto niente; i piccoli sono molto concreti e giudicano la bontà di un’azione in base alle sue conseguenze, non all’intenzione. 
Ricordiamoci anche che un bambino di quest’età non attribuisce ai gesti significati mediati culturalmente che a noi possono apparire scontati; per esempio, considera sputare un gioco divertente che lui sa essere disapprovato dai genitori, magari perché poi costoro devono pulire, ma non lo considera certamente un gesto di disprezzo.

(continua)

giovedì 31 ottobre 2013

Genitori che avventura! Intervista a Sofia Mattessich (prima parte)


Pubblichiamo oggi, e per i successivi due giovedì, un'intervista a Sofia Mattessich, autrice del libro "Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli" edito da San Paolo
Nata a Milano il 9/3/1967 e laureata in Psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Sofia si è specializzata in tematiche relative allo sviluppo di bambini e adolescenti. Mamma di Davide e Dario, si è occupata di psicologia scolastica, disabilità, formazione genitori, adolescenti, problemi familiari e di coppia. Collabora inoltre con Cortina Editore nella pubblicazione di testi di psicologia.

La prima parola del suo libro è “relazione”: perché dà così tanta importanza a questo fattore nell’educazione?

Ogni essere umano nasce “predisposto” all’interazione sociale, ossia a comunicare e legare con i suoi simili; il neonato di pochi mesi preferisce seguire con lo sguardo il viso umano piuttosto che qualsiasi altro oggetto e preferisce il suono della voce umana a qualunque altro suono. La relazione è dunque un bisogno primario e come tale permane tutta la vita.

Quando si educa, non si può prescindere dal fatto che l’educando è un essere relazionale e solo a partire dalla relazione gli sarà possibile crescere. Certo, è importante trasmettere principi astratti e stimolare la riflessione sui valori, ma questo può essere fatto solo all’interno di una relazione e tanto migliore sarà quest’ultima, tanto più le nostre comunicazioni risulteranno efficaci… Ricordando che i figli sono “frecce vive” che partono dal nostro arco, ma alla fine saranno loro a scegliere in quale direzione andare: noi possiamo solo fare proposte credibili ed è nella relazione con loro e con l’esempio che possiamo conquistarci credibilità.

Nel suo libro parla di "relazioni di attaccamento": che cosa sono?
La relazione di attaccamento è il legame che si forma tra il bambino e chi se ne prende cura – legame che il neonato è predisposto a costruire: il pianto, il sorriso, i vocalizzi sono tutti segnali con cui il piccolo comunica i suoi bisogni, compreso quello di vicinanza e di coccole. 
Lo psicologo Bowlby è stato il primo a occuparsi dei legami di attaccamento, facendone una descrizione che è ancora oggi considerata valida. Se il genitore è sensibile ai messaggi trasmessi dal piccolo e risponde in modo adeguato ai suoi bisogni e ai suoi stati emotivi, si sviluppa un legame di attaccamento cosiddetto “sicuro”, all’interno del quale il bambino costruisce un’immagine di sé come amabile e degno di attenzione e dell’altro come amorevole e degno di fiducia – un’ottima “base” dalla quale poi staccarsi per esplorare il mondo; se, invece, il genitore non è ricettivo e disponibile oppure lo è in modo incostante e incoerente, il legame è detto “insicuro”. 
Relazioni di attaccamento sicuro costruite nella prima infanzia (0-2 anni) favoriscono nel bambino lo sviluppo delle abilità cognitive e sociali e la capacità di gestire adeguatamente le emozioni e di far fronte alle avversità, mentre relazioni di attaccamento insicuro aumentano il rischio di disagio psicologico e sociale; sottolineo che si parla di relazioni che “favoriscono” uno sviluppo ottimale o che “aumentano il rischio” di disagi: non vi è una relazione di causa-effetto lineare e deterministica tra il tipo di attaccamento e l’equilibrio dell’individuo. Teniamo presente, inoltre, che se un bambino o un adulto hanno costruito nella prima infanzia legami precoci di attaccamento insicuro, relazioni successive importanti (come quelle con una brava maestra o anche con il medesimo genitore che è stato capace di cambiare oppure, più tardi, con un fidanzato) possono modificare e correggere le loro immagini interne di se stessi come non amabili e dell’altro come inaffidabile.
Attenzione che i genitori tendono a riprodurre inconsapevolmente con i figli il legame che avevano costruito a suo tempo con i propri genitori; il divenirne consapevoli può permettere di “aggiustare il tiro”.

(continua)