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giovedì 10 aprile 2014

Allergie di primavera: sintomi, rimedi e prevenzione


Con i primi pollini, portati dalla bella stagione, le allergie primaverili dei bambini cominciano a farsi sentire, eccome. Secondo un’indagine dell’Anifa (Associazione Nazionale dell’Industria Farmaceutica dell’Automedicazione) la fioritura delle piante rende infatti la primavera la stagione dei raffreddori: gli starnuti colpiscono addirittura l’80% degli italiani e naturalmente i bambini non ne sono esenti. 
Cominciamo dai sintomi più evidenti dell’allergia ai pollini nei bambini: prurito, rossore agli occhi e starnuti sono il segnale che l’allergia ha colpito! Che fare a questo punto? Potrebbe essere un banale raffreddore. Oppure no. Osservate bene: in caso di allergia gli starnuti si presentano in rapida successione, con lacrimazione e prurito al naso; spesso si presenta anche la congiuntivite, l’infiammazione della membrana che riveste la cavità dell’occhio e la parte interna delle palpebre; il naso gocciola, portando i bimbi a soffiarselo spesso e possono comparire mal di testatosse secca eabbassamento della voce.
Allergie Primaverili Bambini
Per riconoscere le allergie primaverili nei bambini fate poi attenzione all’asma: a volte il polline, raggiungendo i bronchi, può sviluppare altre infiammazioni, aggravando la tosse secca e provocando sibili nella respirazione. Ecco, se si presentano alcuni di questi sintomi (o tutti insieme) è probabile che si tratti diallergia ai pollini nei bambini. Il consiglio è comunque quello di rivolgersi sempre al pediatra che saprà fornirvi una diagnosi più attendibile.
Per contrastare le allergie primaverili dei bambini esistono anche molti rimedi naturali che si possono facilmente praticare (sempre sotto consiglio e approvazione del medico). L’omeopatia per esempio garantisce soluzioni diverse contro l’allergia ai pollini nei bambini. In più non presenta alcuni degli effetti collaterali tipici degli antistaminici, come la sonnolenza.
Vi sono poi dei piccoli accorgimenti da adottare per limitare i fastidi provocati dalle allergie primaverili nei bambini. Ad esempio, sarebbe meglio evitare di far uscire i piccoli subito dopo un temporale: è bene sapere che le gocce di pioggia rompono i granuli di polline in frammenti più piccoli che raggiungono facilmente le vie aeree più profonde. I genitori che usano spesso l’auto dovrebbero cercare di viaggiare con i finestrini chiusi, così i sistemi di filtro anti-polline, che ormai si trovano in tutte le auto, possono svolgere il loro lavoro. Inoltre, se si può, è bene evitare di posteggiare l’auto sotto gli alberi e in prossimità di giardini e prati.

martedì 10 dicembre 2013

Bimbi sani bevendo latte… ma non solo di mucca!


Quanti bimbi non bevono il latte al mattino? Tanti, tantissimi. Chi è allergico al lattosio, chi non ama il gusto del latte vaccino. E quante sono le mamme preoccupate? Praticamente tutte quelle che non credono in una colazione alternativa.
Il latte di mucca è un cibo importante, ma non fondamentale. Se al bambino non piace la bianca e nutriente bevanda, o se non può berla perchè è intollerante al lattosio, esistono delle alternative naturali: il latte vegetale, estratto da cereali, legumi e frutta secca: soia, mandorle, avena, riso e kamut.
Sono alimenti completi e, come vantaggio, non presentano le controindicazioni del latte di origine animale, essendo privi di colesterolo, lattosio, caseina, proteine e grassi animali, tutte sostanze che favoriscono l’obesità infantile.
Si possono quindi consumare tranquillamente in tutti i casi di intolleranze e allergie.
Inoltre, apportano vitamine, fibre, sali minerali e acidi grassi insaturi (in particolare Omega 3), utili a proteggere la circolazione e a difendere l’organismo dai radicali liberi.

Le mamme spesso temono che senza il latte vaccino al bambino venga a mancare il calcio, importante per la crescita. Ma non è l’unico alimento che ne contenga, anzi, nel latte di mucca ci sono sostanze che ne rallentano l’assimilazione. Perché il calcio sia assorbito dall’intestino e contribuisca alla formazione del tessuto osseo, è fondamentale la vitamina D, che si ricava dall’esposizione al sole.
È importante, quindi, che i bambini stiano all’aperto.
QUANTI TIPI CI SONO DI LATTE VEGETALE?
Latte di soia, ricco di proteine rassodantiÈ quello di più antica tradizione ed è anche il latte vegetale il cui contenuto proteico è molto simile (in quantità e qualità) a quello del latte vaccino. La composizione in aminoacidi essenziali di queste proteine è molto vicina a quella delle proteine di origine animale. Si tratta quindi di un alimento interessante per chi deve adottare una dieta con ridotto apporto di alimenti animali e, nel contempo, voglia consumare proteine di ottima qualità.
La maggior parte dei grassi del latte di soia sono di tipo insaturo e svolgono un importante ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e nella riduzione dei processi infiammatori cronici. Il colesterolo è completamente assente e questo conferma l’utilità del latte di soia nell’alimentazione di chi è predisposto all’arteriosclerosi e al diabete. Nel latte di soia, infine, è particolarmente interessante il contenuto di ferro (40 mg/l), quattro volte superiore a quello reperibile nel latte vaccino. Si trovano in commercio preparazioni addizionate con calcio.
Latte di kamut, è povero di grassi e nutre la memoria
Questo latte contiene acqua e kamut, una varietà di grano duro di origine antichissima. Come il grano da cui è ottenuto, è povero di grassi e ricco di carboidrati e sali minerali, in particolare di magnesio e fosforo; è indicato quindi nei periodi di stress, convalescenza e di preparazione agli esami.
Latte d’avena, regola l’appetito
Questo alimento deriva da un procedimento simile a quello con il quale si produce il latte di riso. Gli ingredienti dei più diffusi prodotti in commercio sono acqua, 10 per cento di avena integrale e olio di girasole spremuto a freddo. È un ottimo sostituto del latte e può essere consumato al naturale o usato in cucina per la preparazione di piatti dolci e salati. Non contiene lattosio e colesterolo e per questo (considerando anche che l’avena è un cereale in grado di abbassare il livello di colesterolo-Ldl) è un alimento indicato soprattutto per chi è predisposto all’arteriosclerosi e alle patologie cardiovascolari.
Latte di riso, nutre e sgonfia
Lo si ricava industrialmente dal riso integrale con un procedimento di maltizzazione (iniziale germinazione del cereale che, in pratica, avvia una parziale digestione dell’amido contenuto nel chicco) e la successiva cottura. Segue poi una opportuna filtrazione per permettere l’allontanamento delle scorie e ottenere un liquido bianco e molto dolce con caratteristiche molto interessanti. Per migliorarne le proprietà nutrizionali, nei prodotti in commercio è anche aggiunta una piccola quantità di olio vegetale. Le caratteristiche di questo alimento, a differenza del latte di soia appena descritto, sono compatibili anche con le caratteristiche digestive e nutrizionali del lattante. Il latte di riso può quindi essere impiegato nell’alimentazione dei più piccoli (ma solo come integrazione o in parziale sostituzione del latte materno o del latte adattato) a partire, se necessario, anche dal primo mese di vita. La sua elevata digeribilità lo rende adatto non solo per l’alimentazione dei bambini, ma anche degli adulti, specialmente nei casi di infiammazione dell’apparato digerente (colite, colite ulcerosa, morbo di Crohn, ecc.).
Latte di mandorla
Ecco un altro alimento dal gusto delizioso (probabilmente il migliore in assoluto) e di lunghissima tradizione, specialmente nelle nostre regioni meridionali. Pur non potendo sostituire integralmente i prodotti specifici per i bambini di età inferiore ai 12 mesi, può essere molto utile per arricchire l’alimentazione del lattante nutrito con latte adattato e anche dopo lo svezzamento. Il latte di mandorle è ricco di acidi grassi polinsaturi, di sostanze antiossidanti, estremamente utili per la prevenzione cardiovascolare. Da notare anche il buon contenuto di calcio, magnesio, fibre e vitamina E.

sabato 26 ottobre 2013

Gatto e bambino: consigli per una convivenza sicura

di Simona Cannas e Manuela Michelazzi, medici veterinari esperti in comportamento animale
La vita insieme a un gatto è un’esperienza bellissima capace di migliorare le attitudini relazionali di un bambino. È necessario però che questo rapporto sia creato in modo corretto, con l’aiuto e la supervisione dei genitori. A iniziare dalla scelta di un micio adatto a convivere con un bimbo.
Una volta appurati questi aspetti, il gatto può entrare a far parte della famiglia. A questo punto va però considerato che non tutti i gatti sono adatti a vivere con un bambino. Per questo motivo è bene informarsi e valutare con cura le caratteristiche del nuovo componente della famiglia. La nostra scelta dovrà cadere su un gatto che è stato socializzato correttamente nei confronti dei bimbi, in grado quindi di tollerare con pazienza le manipolazioni e il contatto fisico, particolarmente coccolone (ovvero che ricerca lui stesso il contatto fisico), equilibrato e prevedibile nelle reazioni.
Il consiglio è quello di andare a vedere il gattino e cercare di capire come si comporta. Se è molto timido e spaventato, o se è troppo agitato, non sarà il candidato ideale. Non esistono razze specifiche per i bambini, all’interno di ciascuna razza, e anche tra i comuni europei, possiamo trovare il gatto più tranquillo e quello più agitato e nervoso. Se il gattino adottato arriva da una famiglia con bambini, avremo più possibilità che sia stato socializzato correttamente con i bimbi, anche se purtroppo nemmeno questo assicura il gattino “perfetto”.
Questo anche perché, a volte, se i bimbi non sono stati educati correttamente nelle interazioni con gli animali, possono essere loro stessi ad avere un effetto negativo sullo sviluppo del gattino, scatenandogli l’insorgenza di reazioni di paura. Per alcuni versi i gatti adulti possono essere di più facile gestione, dato che l’età rende in genere più tranquilli e pacati. Il soggetto adulto offre inoltre la possibilità di interpretare più facilmente il tipo di carattere; di contro, se esistono tratti caratteriali difficili e non immediatamente evidenti, negli adulti sono più difficili da risolvere.
In tutti i casi, una volta scelto il gatto, è essenziale che i genitori supervisionino sempre le interazioni del piccolo felino con i bambini, soprattutto finché questi sono piccoli. Se parliamo di neonati è bene sapere che i gatti sono attratti dai giacigli accoglienti e quindi cercano quasi sempre di andare ad acciambellarsi nella culla o nel lettino, se non addirittura sopra bambino che emana un calore molto gradevole per il micio. Per evitare questa eventualità, è sufficiente non far entrare il gatto nella stanza del neonato oppure coprire la culla con una rete apposita.
Nel caso si “scoprisse” il gatto mentre riposa sugli oggetti del bambino, o cerca di entrare nella sua stanza, evitiamo di urlare o di punirlo. In questo modo il micio potrebbe fare un’associazione negativa col bimbo e sviluppare paura nei suoi confronti; basterà semplicemente prenderlo in braccio e portarlo via o attirarlo fuori dalla stanza con del cibo o con un gioco. Altri problemi potrebbero insorgere nel momento in cui il bambino inizia a crescere, a muoversi e a cercare di avvicinarsi al gatto per stringerlo, tirargli la coda o il pelo. 
Anche in questi casi è necessaria la supervisione dei genitori, soprattutto se il gatto di casa è particolarmente timido, ansioso, pauroso o aggressivo. Il bambino infatti può involontariamente fare male al gatto e quest'ultimo, per difendersi, è facile che reagisca reagire graffiandolo. Da un punto di vista sanitario, è bene portare il gatto appena adottato dal veterinario per un controllo clinico e per le vaccinazioni di base. Queste hanno lo scopo di prevenire patologie importanti per l’animale, che comunque non hanno nessuna possibilità di contagio per noi esseri umani. Il controllo veterinario può escludere o curare un’eventuale micosi che invece è trasmissibile agli esseri umani.
È inoltre consigliabile trattare sempre i gatti per i parassiti esterni come le pulci: la somministrazione mensile dell’antiparassitario è consigliata in particolar modo per i mici che hanno la possibilità di uscire di casa, ma esclude ogni rischio anche per i gatti che vivono sempre in casa, dato che anche noi entrando e uscendo possiamo portare nell’ambiente domestico le uova di questi parassiti che poi si schiudono grazie al “terreno fertile” che trovano.

giovedì 17 ottobre 2013

Come si fa a capire se un bambino ha un’allergia alimentare?

Risponde Maria Antonella Muraro, pediatra e specialista in Allergologia e Immunologia Clinica 
Uno dei primi elementi che può indurre più facilmente a sospettare un’allergia alimentare è la stretta correlazione tra l’insorgenza dei sintomi e l’ingestione dell’alimento sospetto. In genere il bambino comincia a manifestare i primi disturbi dopo pochi minuti, o anche già durante l’assunzione dell’alimento.

I sintomi d’esordio più comuni sono generalmente a carico della cute e delle mucose (gonfiore delle labbra o della lingua, arrossamento del volto, orticaria), ma possono comparire anche sintomi respiratori (rinite o asma) o gastrointestinali (vomito, crampi addominali, diarrea). In alcuni casi, fortunatamente più rari, compaiono sin dall’esordio sintomi più importanti, come grave difficoltà respiratoria e calo pressorio.
In altre situazioni, deve far pensare a un’allergia alimentare la ricorrenza o il peggioramento di sintomi di moderata intensità, la loro cronicizzazione e l’associazione con altre manifestazioni, come per esempio l’eczema o dermatitite atopica sotto i 2 anni di età associato a scarsa crescita o dolori addominali o rigurgiti importanti.
La dermatite atopica è un’infiammazione della cute caratterizzata da eczema, intenso prurito con estrema secchezza cutanea. In alcuni bambini, soprattutto i più piccoli, uno dei fattori scatenanti è rappresentato dell’allergia alimentare per lo più ad alimenti correlati alle abitudini alimentari della famiglia e quindi comunemente al latte vaccino, uovo, grano.

Nel sospetto di un’allergia alimentare è opportuno che venga consultato il pediatra curante o l’allergologo prima di effettuare diete di eliminazione fai da te con l’ obiettivo di mirare la diagnosi ed evitare problemi nutrizionali.

Non esiste un test di laboratorio che da solo possa identificare o escludere un’allergia alimentare. Si tratta bensi di un percorso diagnostico che comprende una storia accurata dei sintomi, accertamenti direttamente sul bambino (prick-test), esami di laboratorio sul sangue, diete di esclusione finalizzate alla diagnosi e test di reintroduzione-scatenamento in ambiente protetto per il controllo di eventuali reazioni gravi.
La positività dei test non stabilisce tuttavia una relazione sicura di causa-effetto tra l’assunzione dell’alimento e la comparsa della reazione allergica. Per tale motivo, va instaurata una dieta “diagnostica” di esclusione dell’alimento o degli alimenti sospettati, per periodo breve variabile da 7 a 21 giorni a seconda dei sintomi per verificare il miglioramento dei sintomi con l’eliminazione di alcuni allergeni. Alla dieta di esclusione diagnostica, deve far seguito un test di reintroduzione dell’alimento/i. Tale test consiste nella somministrazione per bocca di quantità dell’alimento a dosaggi crescenti e definiti in base alle caratteristiche dei sintomi e delle reazioni dello specifico bambino. Il test va eseguito in ambiente “protetto” sotto la supervisione di personale competente nella valutazione delle eventuali reazioni e in grado di intervenire in maniera appropriata qualora queste si manifestassero. La correttezza di tutte le fasi di questo percorso diagnostico è fondamentale per la diagnosi e condiziona la gestione definitiva della malattia.