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giovedì 10 aprile 2014

Allergie di primavera: sintomi, rimedi e prevenzione


Con i primi pollini, portati dalla bella stagione, le allergie primaverili dei bambini cominciano a farsi sentire, eccome. Secondo un’indagine dell’Anifa (Associazione Nazionale dell’Industria Farmaceutica dell’Automedicazione) la fioritura delle piante rende infatti la primavera la stagione dei raffreddori: gli starnuti colpiscono addirittura l’80% degli italiani e naturalmente i bambini non ne sono esenti. 
Cominciamo dai sintomi più evidenti dell’allergia ai pollini nei bambini: prurito, rossore agli occhi e starnuti sono il segnale che l’allergia ha colpito! Che fare a questo punto? Potrebbe essere un banale raffreddore. Oppure no. Osservate bene: in caso di allergia gli starnuti si presentano in rapida successione, con lacrimazione e prurito al naso; spesso si presenta anche la congiuntivite, l’infiammazione della membrana che riveste la cavità dell’occhio e la parte interna delle palpebre; il naso gocciola, portando i bimbi a soffiarselo spesso e possono comparire mal di testatosse secca eabbassamento della voce.
Allergie Primaverili Bambini
Per riconoscere le allergie primaverili nei bambini fate poi attenzione all’asma: a volte il polline, raggiungendo i bronchi, può sviluppare altre infiammazioni, aggravando la tosse secca e provocando sibili nella respirazione. Ecco, se si presentano alcuni di questi sintomi (o tutti insieme) è probabile che si tratti diallergia ai pollini nei bambini. Il consiglio è comunque quello di rivolgersi sempre al pediatra che saprà fornirvi una diagnosi più attendibile.
Per contrastare le allergie primaverili dei bambini esistono anche molti rimedi naturali che si possono facilmente praticare (sempre sotto consiglio e approvazione del medico). L’omeopatia per esempio garantisce soluzioni diverse contro l’allergia ai pollini nei bambini. In più non presenta alcuni degli effetti collaterali tipici degli antistaminici, come la sonnolenza.
Vi sono poi dei piccoli accorgimenti da adottare per limitare i fastidi provocati dalle allergie primaverili nei bambini. Ad esempio, sarebbe meglio evitare di far uscire i piccoli subito dopo un temporale: è bene sapere che le gocce di pioggia rompono i granuli di polline in frammenti più piccoli che raggiungono facilmente le vie aeree più profonde. I genitori che usano spesso l’auto dovrebbero cercare di viaggiare con i finestrini chiusi, così i sistemi di filtro anti-polline, che ormai si trovano in tutte le auto, possono svolgere il loro lavoro. Inoltre, se si può, è bene evitare di posteggiare l’auto sotto gli alberi e in prossimità di giardini e prati.

mercoledì 26 marzo 2014

La lavanda e le sue proprietà terapeutiche

La lavanda è una pianta con una base legnosa bruna e senza foglie da cui si sviluppano numerosi fusti erbacei, alti fino a 70 cm. I fiori sono riuniti in verticilli di colore bluastro che nel loro insieme formano una specie di spiga e si raccolgono all’inizio della fioritura in giugno-luglio. Cresce in terreni asciutti, esposti al sole e con un buon contenuto di calcare, ed è abbondantemente coltivata in Provenza.
Oltre ad essere amata per le sue proprietà rinfrescanti e profumanti, Plinio il Vecchio la descrive come una delle erbe curative piu utilizzate dell’epoca del Medioevo. Fin dai tempi antichi, l’olio essenziale di lavanda è stato considerato tra i piu versatili ed utili sia per gli adulti che per i bambini, per malattie e per casi di emergenza.

Il colore stesso della Lavanda è considerato il colore del silenzio, della calma e della tranquillità. E’ il colore della contemplazione e della spiritualità.

Questa pianta è particolarmente indicata per i bambini iperattivi o che dormono male. In questo caso, risulta molto efficace mettere alcune gocce d’essenza di lavanda sul cuscino del letto o su un fazzoletto posto vicino al viso del bambino.

E’ digestiva, in quanto esercita un’azione antispastica sul condotto digestivo. E’ antireumatica e antinfiammatoria: applicati esternamente, l’acqua, l’olio e l’essenza di lavanda sono molto efficaci per calmare i dolori reumatici, sia di origine muscolare che articolare, come i dolori artrosici del collo o della schiena. Infine è antisettica e cicatrizzante sulle ferite ed ha un effetto balsamico per la cura di laringiti, tracheiti e raffreddori.

giovedì 27 febbraio 2014

Togliere il pannolino? Si può!


Avere il pannolino significa avere un ingombro nei movimenti a tempo pieno, significa avere sempre bisogno di un adulto che ti cambi quando ti sporchi, significa sentirsi a disagio. Allo stesso tempo però è anche un vantaggio: non occorre distogliersi dal gioco quando si sente lo stimolo della pipì, essere cambiati prevede un contatto fisico con l’adulto che fa sentire coccolato.
Per il bambino riuscire a raggiungere il controllo degli sfinteri è una conquista di indipendenza inestimabile.
Non esiste un’età precisa arrivati alla quale scatta la voglia di usare il water, ma forse è meglio iniziare a tentare quando il bambino comincia a comunicare verbalmente i propri bisogni e quindi dai 18 mesi circa in avanti.


Non esiste nemmeno una ricetta con la quale siamo sicuri di liberarci per sempre dal pannolino: ogni bambino ha la sua storia e le sue necessità. C’è chi passa direttamente al water dei grandi, c’è chi usa il vasino, c’è chi ha bisogno di indossare il pannolino solo in alcuni momenti.

Vero è che la stagione calda aiuta: gli indumenti sono più leggeri e facilmente lavabili e per i bimbi una doccia in più è solo un sollievo dall’afa estiva.

La cosa a mio parere più importante è l’osservazione prima e la determinazione poi. Riuscire a capire quando è il momento giusto per andare alla conquista del bagno dei grandi è fondamentale: è consigliabile non farlo a ridosso di altri cambiamenti (passaggio alla scuola infanzia, arrivo di un fratellino, abbandono dell’oggetto transizionale). Questa valutazione implica un grosso sforzo e una grossa obiettività da parte dell’adulto.

Quando poi si intraprende la nuova avventura, mantenere un atteggiamento sereno è altrettanto necessario: colpevolizzare il bambino, pretendere da lui che non si sporchi comporta una dose di frustrazione eccessiva da sopportare. In caso di defaillance però tornare indietro per comodità è altrettanto nocivo: i piccoli sono confusi da atteggiamenti ambivalenti e non continuativi.

Il cambiamento dovrebbe cominciare a casa e poi all'asilo si prosegue rendendolo un'esperienza condivisibile con gli altri compagni. E' sempre meglio accompagnare questo rito con una canzoncina o la lettura di un libro a tema.

martedì 18 febbraio 2014

Travasare che passione!

I travasi sono una delle attività più proposte al nido perchè riescono ad impegnare e a divertire sia i bimbi più piccoli che i più grandicelli. 
Riuscire a versare in un ciotolino per poi riversarlo in un altro ancora diventa un vero e proprio lavoro

Osservare le loro facce serie serie e concentrate è sempre una vera sorpresa e viene da meravigliarsi ancora di più quando si considera il periodo di tempo, di solito molto lungo, che utilizzano per questa attività che non sembra mai stancarli. Oltre a stimolare la motricità fine e il coordinamento oculo-manuale, mette in campo diverse emozioni legate alla sensazione dei materiali sulla pelle. Molto utile durante l'inserimento: il bimbo riesce ad allenare la comparsa e la scomparsa nel contenitore, proiettando l'azione sui suoi sentimenti nei confronti della figura parentale.

Proporre in maniera diversificata il travaso può essere una tecnica per non cadere nella banalità. Possiamo organizzarla da seduti con vecchi vasetti di yogurt, bottigliette di vetro, ciotole di metallo, cucchiai, colini: la differenza dei materiali dei contenitori è importante a livello sensoriale. Nei pentolini trasparenti il bimbo riesce a vederne il contenuto; bottigliette e piatti hanno misure di "riempimento" diverse; i fagioli secchi fanno rumori diversi se versati nel metallo e via dicendo.
In questo caso si può pensare di "delimitare" il territorio del bambino con un vassoio più grande nel quale ogni bimbo può svolgere la propria attività.

Si può anche, al contrario, gestire l'attività in maniera totalmente diversa offrendo loro una location più libera: un grande telo o tovaglia di plastica stesa in terra, il materiale rovesciato sopra e i contenitori a disposizione. E' meglio in questo caso di prediligere il piccolissimo gruppo, poichè la situazione può degenerare nel caos.

Vasche più o meno grandi possono essere un'altra alternativa validissima. Ci sono tavoli appositamente progettati per travasare in gruppo e in piedi, ma anche grandi catini possono diventare divertenti maxicontenitori per gli oggetti da travasare e... per i bambini stessi!

I materiali da travasare sono tantissimi: legumi secchi, pasta cruda di varie forme e dimensioni, farina gialla, farina bianca. Non dimentichiamoci liquidi cremosi (passato di verdura avanzato, pomarola, cioccolata calda...) e acqua, che per le loro diverse consistenze divengono anche una piacevole attività sporchevole.

venerdì 14 febbraio 2014

La paura: comprenderla ed affrontarla insieme


La paura è l’emozione più vecchia del genere umano; è un’emozione insostituibile nella vita di ogni individuo, non esiste essere umano privo di questo elemento.
Avere paura di qualcosa significa vedere in essa un potenziale pericolo, un oggetto che in qualche modo ci disturba e ci turba. 
 

I bambini, in quanto in fase di formazione e per questo con una personalità non definita, sono più contagiabili rispetto agli adulti. Non si spaventano solo quando si trovano davanti al pericolo, ma anche quando percepiscono negli altri segnali di paura. Per cui basta vedere nell’adulto significativo segni di timore, di ansia e di paura per percepire anch’essi la medesima emozione. 

La paura però non emerge solo in presenza di uno stimolo pericoloso, ma anche in assenza di una determinata realtà. Per cui un bambino che viene allontanato dal contesto familiare, privato quindi delle figure di riferimento, può sentirsi impaurito e ansioso. 

C’è da considerare anche una dimensione evolutiva della paura: esistono paure tipiche dell’infanzia, della fanciullezza, dell’adolescenza e anche dell’età matura e della vecchiaia. Per quanto riguarda i bambini nei primi cinque anni di vita, le situazioni che provocano reazioni allarmanti sono:

  • Tra i 3-4 mesi e i tre anni. I rumori forti, il dolore, l’accostarsi rapido di oggetti, l’altezza, l’isolamento e i bruschi cambiamenti di illuminazione,tutte paure che diminuiscono gradualmente nell’età successive. In questa prima esperienza di paura il bambino viene colto di sorpresa.
  • A partire dalla seconda metà del primo anno di vita e per tutto il secondo. Inizia verso i due anni la paura di perdere l’amore ed essere punito, con il conseguente senso di colpa che può essere una minaccia più pericolosa della separazione in sé. Soprattutto verso il terzo anno, il bambino è molto sensibile a queste punizioni e ricoveri, che per lui significano privazione dell’amore e rifiuto di tutta la sua persona. In questa età la paura dell’ignoto e della separazione sono frequenti.
  • Intorno ai 20-24 mesi fino ai 5-8 anni. La paura per gli animali e per il buio sono più frequenti e raggiungono la punta massima verso gli otto anni. Gli studi sull’ontogenesi della paura nei bambini dimostrano che questa emozione non appare chiaramente se non dopo il primo anno di vita. Questi dati non possono essere definitivi, in quanto in età precoce è difficile distinguere il disagio dalla paura. Il bambino ricorda più a lungo le esperienze spiacevoli e l’immaginazione, che via via diventa sempre più ricca, può far nascere timori e ansie per qualcosa che hanno sentito nominare e discutere da altri, senza nemmeno conoscere l’oggetto in questione, acquisendo così la capacità anticipatoria di immaginare pericoli incombenti. 
Verso i 6-11 anni alcune paure dell’infanzia vengono padroneggiate e superate e ne nascono altre, in relazione allo stato di maturazione cognitiva. Diminuiranno le paure per i rumori, le luci, il buio e aumenteranno ad esempio quelle dei danni fisici.

Arrivato al nido, il bambino dovrà subito affrontare una delle paure più grandi: quella della separazione dalle persone amate. L'angoscia da separazione si manifesta già fin da neonati. Nel momento in cui il neonato, essendo molto sensibile, percepisce un sentimento di insicurezza e di lontanza emotiva, percepisce un non ascolto, inizia a piangere, irrigidendo tutti i suoi arti.

Nel prendersi cura di un bambino piccolo, è quindi, molto importante che la mamma e il papà possano dedicare momenti esclusivi per il bambino, momenti accompagnati da carezze affettuose, sguardi di fiducia, tocchi, scambi di sussurri, abbracci, in modo tale da far sentire al bambino di essere amato. Inoltre anche cercare di mantenere la serenità, la lentezza e la distensione in situazioni improvvise, in situazioni di disagio, in situazioni che modificano il rituale del bambino durante la giornata è da non tralasciare. 

Anche avere paura del buio è molto frequente nella fascia d’età dai 2 ai 6 anni ed insorge proprio quando il bambino si è abituato al mondo della luce e a riconoscere punti di riferimento intorno a sé. 
I 2 anni sono anche il periodo degli incubi... una lucetta vicino al letto potrà rassicurarlo. 

Un'attività che può aiutare ad esorcizzare gli spaventi è ovviamente la lettura sulla paura del buio: possono essere utili libri come "A luci spente" di Richard Fowler e "Ombre" di Armaud Roi, entrambi permettono di realizzare dei giochi di ombre. 
Sebbene la paura del buio sia molto frequente, il colore nero piace molto ai bambini in quanto demarca, è forte e li aiuta meglio a definirsi e a lasciare una traccia di sé.


lunedì 27 gennaio 2014

Perché alcuni bambini non gattonano?


di Gianni Bona 
In base all’epoca di vita un lattante acquisisce una serie di competenze motorie che fanno parte delle tappe del suo normale sviluppo posturale e motorio. Tali tappe di sviluppo motorio messe in relazione con i mesi di vita, ci permettono di capire se lo sviluppo psicomotorio è adeguato.
Mediamente un lattante a tre mesi posto in posizione prona solleva il capo, a 6 mesi raggiunge la posizione seduta autonoma, a 10-11 mesi si tira in piedi da solo, da seduto si mette a quattro zampe, gattona.
Esiste, tuttavia, una certa variabilità interindividuale: la stessa tappa, infatti, può essere raggiunta ad epoche anche molto diverse. È importante non solo valutare il momento in cui è avvenuto il raggiungimento di una certa tappa miliare, ma anche lo studio e la comprensione dei modi in cui una tappa è stata raggiunta (o è stata fallita).
Il gattonamento è una tappa dello sviluppo motorio che un lattante acquisisce intorno ai 10-11 mesi: cammina a quattro zampe, facendo forza sulle mani e sulle ginocchia.
In generale il bimbo comincia a gattonare dopo un certo periodo in cui sta seduto con sicurezza. È consigliabile in questo periodo tenere il bambino il più possibile su un tappeto o una coperta e vestirlo con indumenti che coprano ginocchia e gomiti, come le pratiche tutine elasticizzate che permettono anche grande libertà di movimento. È un momento giocoso che permette al bambino di spostarsi da un lato all’altro di una stanza e di scoprire nuovi luoghi, nuove sensazioni.
Ciò che porta un bambino al gattonamento dipende da molte variabili. Non si tratta solo della maturazione del sistema nervoso centrale, ma è il risultato della cooperazione di componenti fisico-anatomici, neurologici, ambientali, motivazionali.
Sarà inoltre poco motivato un bambino che viene spesso tenuto in braccio, in un box o che usa un girello. Per questo motivo si consiglia di abituare il bambino fin da piccolissimo a stare per molto tempo libero sul pavimento.
Il gattonamento può essere posticipato a 12-13 mesi di vita senza che questo configuri una condizione di anormalità, ed è importante ricordare che non tutti i bambini passano per questa fase, ma alcuni imparano direttamente la stazione eretta e a muovere i primi passi senza passare per l’andatura a 4 zampe e senza che questo abbia un significato patologico.
Non dobbiamo aiutare il piccolo a gattonare, quanto piuttosto lo dobbiamo incentivare alla sperimentazione, aiutarlo a provare il passaggio dalla stazione seduta a quella eretta, per una corretta acquisizione di una sequenza di passaggi posturali. Sicuramente il gattonare giova al bambino perché lo aiuta a organizzare il movimento, sarà per lui d’aiuto nel momento in cui farà i primi passi, lo aiuterà nello sviluppo dell’equilibrio.
Questo però non significa che coloro che saltano la tappa del gattonamento non raggiungano comunque un ottimo sviluppo motorio e cognitivo. Alcuni bambini saltano infatti questa fase e sperimentano altre modalità di movimento, ad esempio strisciano a pancia in giù, si spostano da seduti aiutandosi con mani e piedi, per poi passare direttamente alla stazione eretta. Il gattonamento non è un pre-requisito per camminare e ogni bambino ha un processo psicomotorio personale.

martedì 21 gennaio 2014

La miopia è ereditaria?


di Paolo Nucci 
Alla base di tutti i difetti refrattivi la componente ereditaria non è trascurabileanche se la penetranza, ovvero la possibilità che il difetto si manifesti, non è del 100% el’espressività, cioè l’entità del difetto, non è sempre comparabile a quella dei genitori.

Un paragone ragionevole è quello della statura, se un genitore è alto 1 e 70 è improbabile che il figlio sia alto 1 e 90, e non tutti i figli potranno avere la stessa altezza.
Sin dal primo giorno di vita è possibile esplorare i difetti di vista di un bambino, anche se nei primi mesi il difetto tenderà ad una ipermetropia e astigmatismo maggiori di quelli che si rileveranno dipoi il secondo anno di vita.
In molti si chiedono se indossare o no gli occhiali incide sull’andamento del difettoE’ un argomento controverso. E’ sicuro che non tutti i difetti vanno corretti, soprattutto quando non influenzano negativamente lo sviluppo della capacità visiva a lungo termine, è certo che una certa ipermetropia è fisiologica nel bambino molto piccolo e che una miopia modesta non è in grado di determinare occhio pigro. 
In generale si può dire che si tende a essere più indulgenti nella correzione dei difetti lievi e simmetrici ma l’innocenza del problema deve essere attentamente valutata da uno specialista esperto.

In alcuni casi è possibile prevedere il peggioramento della miopia, ma non la sua entità, un po’ come la statura.

giovedì 19 dicembre 2013

Le letterina di Natale è anche un modo per crescere…


La letterina di Babbo Natale, un classico di questo periodo. Ci sono bambini che iniziano a Novembre a ritagliare immagini su cataloghi di giochi, fare l’elenco delle cose. La letterina diventa anche stimolo per la creatività quasi: che ci incolla le immagini, chi utilizza il pc, chi fa lista della spesa, chi scrive pagine e pagine di parole destinate a quel nonno con la barba bianca lunga e vestito di rosso. Insomma, una sicurezza e una tradizione certa. Per lo meno fino a qualche giorno fa: ho infatti letto sul Corriere un articolo in cui si dice che alcuni genitori ritengono che far mettere su carta le speranze (con in pole position le novità martellate senza tregua dalla tv) abbia un valore diseducativo e che, in tempi di crisi, sia importante (e necessario) non incentivare il consumismo. Ma questo è giusto o sbagliato?
L’articolo continua proponendo un’intervento che viene direttamente dall’Università Cattolica di Milano: Manuela Cantoia, docente della Spae, Servizio di Psicologia Apprendimento ed Educazione, : «Che errore abolirla. Non è vero che non abbia valore, semmai è proprio il contrario».La dottoressa Cantoia afferma infatti che la lettera insegna il valore dell’attesa, aiuta a coltivare i desideri e a compiere scelte, ma è chiaro che il bambino va guidato, a tutte le età.
Per far capire ai più piccoli questa attesa, dal momento che non hanno il senso del tempo, una bella idea è quella di evitare di proporla tanto tempo prima, ma aspettare che si avvicini il giorno di Natale e creargli un conto alla rovescia, un calendario dell’avvento che scandisca il tempo e che lo aiuti a capire che scopo ha fare la letterina.
Un altro punto importante citato dalla dottoressa è la lunghezza. «La lettera non è la lista della spesa dove si segnano tutte le cose che mancano in dispensa – sottolinea. – Uno, due, tre regali importanti, a seconda delle proprie possibilità, e poi una serie di piccole richieste». La dottoressa aggiunge che la lettera non va necessariamente chiusa subito: a volte c’è proprio bisogno di tempo per riflettere sulle scelte, far emergere i desideri, le priorità. Può quindi rimanere appesa al frigorifero anche per giorni e modificata seguendo i nuovi impulsi. «E, una volta spedita inizia il tempo dell’attesa: è una tappa importante, forse la prima vera occasione per imparare ad attendere».
E voi che ne pensate? Com’è la letterina dei vostri figli?

martedì 17 dicembre 2013

Giovani miopi in aumento con l’«occhio» da videogame



di Mario Pappagallo, corriere.it

Un bambino su 5 è oggi miope, nel 2025 lo sarà uno su due. Il doppio. Effetto generazione web dipendente. Effetto genitori disattenti, che preferiscono figli silenziosi davanti alla tv o a un videogioco all’impegno di portarli a giocare in un parco. Per esempio a pallone, che esercita la visione da lontano mentre si è all’aria aperta. Inutile avere 10 decimi se si cresce guardando soltanto poco oltre la punta del naso, incollati a un pc, a un tablet, a uno smartphone. O comunque con un panorama limitato dalle mura domestiche. 
È quanto emerso da uno studio su 11mila alunni pubblicato su una rivista scientifica di settore. La poca luce naturale e la troppa di colore blu (led) sono la causa dell’evoluzione verso l’Homo miopens. Con l’«occhio» da videogame. Il rischio è una generazione, la prossima, complessata dagli antiestetici occhiali.
SCHERMI PER TUTTI - La miopia colpisce oggi più di una persona su 3 (35% circa) in Europa, contro il 20% degli Anni 70 e il 10% degli Anni 30. Soltanto in Italia il problema riguarda al momento 12 milioni di persone, ma il trend è in continua crescita. «E non basta - dice Antonio Scialdone, direttore dell’Oftalmico-Fatebenefratelli di Milano -, il miglioramento delle tecniche di diagnosi a spiegare la crescita esponenziale». Si è visto che l’aumento dei miopi è comune denominatore di «tutti i Paesi in cui ha preso piede l’utilizzo massiccio delle nuove tecnologie». Quando uno schermo, più o meno grande, diventa un compagno di vita - e sempre più spesso anche di scuola, grazie alla rivoluzione delle classi «senza carta» -, se non si usano prudenza e buon senso, è la salute degli occhi a farne le spese. Con un rischio tanto maggiore quanto più prolungato è l’impiego dei dispositivi digitali: il 14% degli «adepti» arriva a totalizzare 10-12 ore di utilizzo, mentre il 30% resta connesso per 6 ore (datiThe Vision Council del 2012). In media, gli italiani trascorrono più di 4 ore al giorno davanti alla tv e a minischermi hi-tech (pc, tv digitali, smartphone, tablet). E i bambini, a causa dei videogame, superano anche le 4 ore.
EFFETTO LUCE BLU - Il risultato - spiega Lucio Buratto, chirurgo oculista milanese (Centro Ambrosiano Oftalmico) e presidente del 35° Congresso internazionale di chirurgia della cataratta e rifrattiva - è che «si costringono gli occhi a una messa a fuoco da vicino molto prolungata nel tempo, disabituandoli alla vista da lontano». C’è poi l’effetto luce blu, tipica dei led, che stressa la retina per la sfocatura e la riduzione del contrasto. Ma, soprattutto, sembra deleteria la mancanza di luce naturale e di vita all’aria aperta che abitua a guardare lontano. Due studi hanno dimostrato che, a parte la predisposizione genetica, ambiente e stili di vita hanno un’influenza prevalente. Ecco le conclusioni di ricercatori cinesi (Taiwan) e danesi, riportate dalla rivista internazionale Ophthalmology: se i bambini stanno più tempo all’aperto si riduce il rischio di miopia perché la dopamina, un neurotrasmettitore prodotto nella retina proprio sotto l’effetto della luce naturale, gioca un ruolo cruciale nella trasmissione delle immagini al cervello, e sembra anche che sia in grado di evitare la crescita eccessiva dell’occhio dalla nascita ai 25 anni.
ALL’ARIA APERTA - «Crescita eccessiva - continua Buratto - che porta al cosiddetto “occhio troppo lungo” che è poi la lunghezza assiale tipica dell’occhio del miope». Lo studio di Taiwan è stato condotto su 11mila bambini, tra i 7 e gli 11 anni, di due scuole diverse. In una gli alunni godevano di numerosi intervalli all’aria aperta, nell’altra (gruppo di controllo) era proibito uscire. Dopo un anno, solo l’8,4% dei bambini che godevano di pause all’aria aperta ha sviluppato miopia contro il 17,6% dei segregati in classe. Oltre il doppio. Numeri confermati dopo un altro anno. Stessi risultati dallo studio danese e da uno precedente effettuato in Australia. Le conclusioni: tornare all’aria aperta, soprattutto nell’età dello sviluppo, e leggere libri e giornali su carta come sano allenamento a una giusta messa a fuoco in condizioni di luce naturale. 

martedì 10 dicembre 2013

Bimbi sani bevendo latte… ma non solo di mucca!


Quanti bimbi non bevono il latte al mattino? Tanti, tantissimi. Chi è allergico al lattosio, chi non ama il gusto del latte vaccino. E quante sono le mamme preoccupate? Praticamente tutte quelle che non credono in una colazione alternativa.
Il latte di mucca è un cibo importante, ma non fondamentale. Se al bambino non piace la bianca e nutriente bevanda, o se non può berla perchè è intollerante al lattosio, esistono delle alternative naturali: il latte vegetale, estratto da cereali, legumi e frutta secca: soia, mandorle, avena, riso e kamut.
Sono alimenti completi e, come vantaggio, non presentano le controindicazioni del latte di origine animale, essendo privi di colesterolo, lattosio, caseina, proteine e grassi animali, tutte sostanze che favoriscono l’obesità infantile.
Si possono quindi consumare tranquillamente in tutti i casi di intolleranze e allergie.
Inoltre, apportano vitamine, fibre, sali minerali e acidi grassi insaturi (in particolare Omega 3), utili a proteggere la circolazione e a difendere l’organismo dai radicali liberi.

Le mamme spesso temono che senza il latte vaccino al bambino venga a mancare il calcio, importante per la crescita. Ma non è l’unico alimento che ne contenga, anzi, nel latte di mucca ci sono sostanze che ne rallentano l’assimilazione. Perché il calcio sia assorbito dall’intestino e contribuisca alla formazione del tessuto osseo, è fondamentale la vitamina D, che si ricava dall’esposizione al sole.
È importante, quindi, che i bambini stiano all’aperto.
QUANTI TIPI CI SONO DI LATTE VEGETALE?
Latte di soia, ricco di proteine rassodantiÈ quello di più antica tradizione ed è anche il latte vegetale il cui contenuto proteico è molto simile (in quantità e qualità) a quello del latte vaccino. La composizione in aminoacidi essenziali di queste proteine è molto vicina a quella delle proteine di origine animale. Si tratta quindi di un alimento interessante per chi deve adottare una dieta con ridotto apporto di alimenti animali e, nel contempo, voglia consumare proteine di ottima qualità.
La maggior parte dei grassi del latte di soia sono di tipo insaturo e svolgono un importante ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e nella riduzione dei processi infiammatori cronici. Il colesterolo è completamente assente e questo conferma l’utilità del latte di soia nell’alimentazione di chi è predisposto all’arteriosclerosi e al diabete. Nel latte di soia, infine, è particolarmente interessante il contenuto di ferro (40 mg/l), quattro volte superiore a quello reperibile nel latte vaccino. Si trovano in commercio preparazioni addizionate con calcio.
Latte di kamut, è povero di grassi e nutre la memoria
Questo latte contiene acqua e kamut, una varietà di grano duro di origine antichissima. Come il grano da cui è ottenuto, è povero di grassi e ricco di carboidrati e sali minerali, in particolare di magnesio e fosforo; è indicato quindi nei periodi di stress, convalescenza e di preparazione agli esami.
Latte d’avena, regola l’appetito
Questo alimento deriva da un procedimento simile a quello con il quale si produce il latte di riso. Gli ingredienti dei più diffusi prodotti in commercio sono acqua, 10 per cento di avena integrale e olio di girasole spremuto a freddo. È un ottimo sostituto del latte e può essere consumato al naturale o usato in cucina per la preparazione di piatti dolci e salati. Non contiene lattosio e colesterolo e per questo (considerando anche che l’avena è un cereale in grado di abbassare il livello di colesterolo-Ldl) è un alimento indicato soprattutto per chi è predisposto all’arteriosclerosi e alle patologie cardiovascolari.
Latte di riso, nutre e sgonfia
Lo si ricava industrialmente dal riso integrale con un procedimento di maltizzazione (iniziale germinazione del cereale che, in pratica, avvia una parziale digestione dell’amido contenuto nel chicco) e la successiva cottura. Segue poi una opportuna filtrazione per permettere l’allontanamento delle scorie e ottenere un liquido bianco e molto dolce con caratteristiche molto interessanti. Per migliorarne le proprietà nutrizionali, nei prodotti in commercio è anche aggiunta una piccola quantità di olio vegetale. Le caratteristiche di questo alimento, a differenza del latte di soia appena descritto, sono compatibili anche con le caratteristiche digestive e nutrizionali del lattante. Il latte di riso può quindi essere impiegato nell’alimentazione dei più piccoli (ma solo come integrazione o in parziale sostituzione del latte materno o del latte adattato) a partire, se necessario, anche dal primo mese di vita. La sua elevata digeribilità lo rende adatto non solo per l’alimentazione dei bambini, ma anche degli adulti, specialmente nei casi di infiammazione dell’apparato digerente (colite, colite ulcerosa, morbo di Crohn, ecc.).
Latte di mandorla
Ecco un altro alimento dal gusto delizioso (probabilmente il migliore in assoluto) e di lunghissima tradizione, specialmente nelle nostre regioni meridionali. Pur non potendo sostituire integralmente i prodotti specifici per i bambini di età inferiore ai 12 mesi, può essere molto utile per arricchire l’alimentazione del lattante nutrito con latte adattato e anche dopo lo svezzamento. Il latte di mandorle è ricco di acidi grassi polinsaturi, di sostanze antiossidanti, estremamente utili per la prevenzione cardiovascolare. Da notare anche il buon contenuto di calcio, magnesio, fibre e vitamina E.

giovedì 5 dicembre 2013

Lasciare i bambini ai nonni oppure no?


Lasciare i bambini ai nonni oppure no?
La scelta sembra scontata. Invece non è affatto semplice. I nonni sono una risorsa importante, fondamentale.
Ma se il loro modo di fare, i loro principi, le loro regole sono diverse dalle nostre, come ci dobbiamo comportare noi genitori?
Ad esempio, se chiediamo loro di fare alcune cose in una certa maniera e poi quando torniamo ci accorgiamo che nulla di quanto avevamo chiesto è stato fatto, che si fa?
Risponde la dottoressa Francesca Santarelli, psicologa dell'infanzia.
Si sa, l’argomento “nonni” è sempre una tematica che fa discutere e che, quasi in tutte le famiglie, si attiva dal momento stesso in cui si annuncia l’arrivo del piccolo erede! Non ne parliamo di cosa accade quando il cucciolo è poi nato, i primi momenti in cui tutto è concentrato sul nuovo arrivato, la questione dei ruoli da definire subito e della possibilità (o scelta obbligata) di affidarlo a loro mentre si va a lavorare.
Se in più ci aggiungiamo controversie antiche che ci appartengono come figli e conflitti non risolti con le rispettive e altrui famiglie di origine, il quadro si complica non poco e spesso va ad incidere non solo sulla gestione/educazione del bambino, ma anche sulla stessa qualità della vita di coppia.
Che ci piaccia o no, il ruolo che i nonni svolgono nell’accudimento dei piccoli è molto importante, sono figure che comunicano affetto e tenerezza, trasmettono un senso di continuità e insegnano l’arte del tempo che passa, una  storia che congiunge il passato, il presente e il futuro.
I nonni aiutano a far capire al bimbo che anche i suoi genitori sono stati bambini e hanno combinato le loro marachelle e questo gli insegna a riconoscersi come individuo separato dal nucleo originario, apprendendo al contempo, che la sua esistenza fa parte di una catena generazionale, di una storia di storie, e ritrova nei nonni stessi, le radici senza le quali non potrebbe, nel tempo, spiccare il volo.
La coppia dei nonni offre anche un’alternativa allo stile educativo dei genitori, il tempo passato con loro diventa una zona franca in cui le regole mutano, diventano più concessive e divertenti.
La prima qualità che tradizionalmente viene associata ai nonni è la saggezza, che passa attraverso la pazienza. Il bambino può imparare tanto se i nonni trascorrono del tempo con lui, con tranquillità e senza fretta, svolgendo insieme un’attività che lo diverta e lo incuriosisca, come preparare un dolce, raccontare una storia, curare i fiori del giardino, occuparsi dell’orto. Si tratta spesso di esperienze e di conoscenze ormai superate dalla tecnologia e dalla vita più frenetica di oggi, che il bambino avrà poche possibilità di apprendere altrove.
Il fatto che i nonni siano diventati così importanti nella routine quotidiana ha permesso di consolidare i rapporti familiari, che però possono essere non sempre facili da gestire.
I nonni, a volte, tendono a invadere il ‘territorio’ dei genitori, convinti sulla base della loro maggiore esperienza di sapere cosa è meglio per i nipotini. Inoltre, il fatto che il loro aiuto sia fornito in modo del tutto libero e ‘gratuito’ può accrescere i problemi di ‘confine’. Per questo, è importante che tra gli adulti ci sia un buon dialogo e che si sappiano gestire eventuali disaccordi con buonsenso, per permettere al bambino di beneficiare al meglio del tempo trascorso con loro.
Possiamo stabilire delle regole d’oro che ci possono aiutare in questo:
1) Valutate fin da subito se i nonni ritengono una fortuna il doversi occupare del vostro cucciolo oppure se lo ritengono un impegno che sottrae tempo alla loro vita e attività sociale. Stabilisci da subito quanto tempo sono disposti eventualmente ad occuparsi di lui.
2) Dedicate un po’ di giorni ad una sorta di affiancamento con i nonni che si dovranno occupare del piccolo: li aiuterà a capire con quali principi intendete educarlo e a cosa fare piu attenzione.
3) Gli orari della pappa, della nanna e del gioco, vanno concordati, compatibilmente con gli impegni dei due nuclei familiari. Non è bene scombinare quello dei nonni, così come non dovete permettere che quello dei nonni crei disordine al vostro.
4) Succede che, dai nonni, i bambini più piccoli passino troppo tempo davanti alla tv e i più grandi ne approfittino per giocare ai videogiochi. Concorda con loro i tempi di esposizione, suggerendo giochi o letture alternative.
5) Concorda quali deroghe alle regole di comportamento sono tollerabili quando il bimbo è con loro.
6) Qualunque cosa non vi piace, non vi fa star bene ecc, parlatene con loro tranquillamente, sottolineando che riconoscete quanto loro fanno per voi e il vostro piccolo, ma che per voi sono importanti determinate cose che vi fanno stare più tranquille.
Ricordatevi inoltre che è importante essere disposte a creare dei compromessi e a fidarvi di loro: se il nostro piccolo è affidato per tante ore alla loro gestione, a parte le linee guida generali, dovete accettare che loro non sono voi e non possono fare esattamente le stesse cose che fareste o non voi. Il buon senso, la responsabilità e l’amore per il nipotino, devono essere quegli elementi che dovete tener presente per fidarvi di loro.
Ricordate inoltre che se vivete con astio, conflittualità, sfiducia, gelosia e  diffidenza il fatto di lasciare il vostro bimbo con loro, non farete altro che vivere amaramente voi questo periodo e trasmettere questa sensazione angosciosa e di disagio anche al vostro piccolo.
In questo caso, sarebbe meglio optare per una diversa soluzione.

giovedì 28 novembre 2013

I libri sviluppano il cervello

di Stella Tortora
Ma è vero che i genitori di bambini piccoli giocano un ruolo importante nella fase cruciale dello sviluppo del cervello? E, quello che succede nell’ambiente domestico di un bambino dell’età di 4 anni, può anni dopo, far vedere il suo livello di intelligenza?
Sì. Secondo una nuova ricerca presentata in occasione della riunione annuale della Society for Neuroscience, il “periodo sensibile” per lo sviluppo del cervello di un bambino è intorno ai 4 anni. Invece, le parti dedicate al linguaggio e alla conoscenza, si sviluppano nei 10 anni successivi.
Lo studio, condotto da un team di scienziati dell’Università della Pennsylvania, guidati dalla neuropsichiatra Martha Farah, ha dimostrato come l’ambiente sociale in cui vive un bambino è fondamentale nel determinare, in fase di crescita, lo sviluppo del suo potenziale intellettivo.
La ricerca ha preso in considerazione un gruppo di 64 bambini statunitensi intorno ai 4 anni di età, metà dei quali proveniente da famiglie di bassa estrazione sociale e l’altra metà da famiglie di media condizione.
Due, le volte, in cui i ricercatori hanno fatto visita nelle loro case, una volta a 4 anni e l’altra a 8 anni. Durante queste visite, gli psicologi, hanno annotato quanti libri e quanti giochi educativi erano presenti nelle case e, quanto i genitori si occupassero di stimolare i bambini a livello intellettivo.
In queste occasioni, ai bambini erano assegnati alcuni compiti che potessero attivare tutte le aree del cervello per esaminare la percezione spaziale e le capacità esecutive: ovvero la capacità di porsi obiettivi, di pianificare azioni e controllare gli impulsi. I bambini del gruppo più agiato rispondevano con risultati migliori rispetto a quelli di bassa estrazione sociale, soprattutto nella capacità del linguaggio e delle funzioni esecutive.
Alla fine dello studio, all’età di 18 anni circa, i bambini ormai grandi, sono stati sottoposti a una risonanza magnetica del cervello. E, confrontando i risulatati degli appartenenti ai due gruppi, gli studiosi hanno confermato che il fattore chiave di un maggiore sviluppo della corteccia cerebrale (lo strato di materia grigia all'esterno del cervello -sottile struttura- specializzata nel selezionare, confrontare, organizzare ed elaborare le informazioni in arrivo, catalogandole come immagini, pensieri, emozioni, e immagazzinandole come ricordi) apparteneva al gruppo che durante l’infanzia era stato più stimolato.
Rilevando quanto lo sviluppo cerebrale del bambino fosse fortemente influenzato dalla condizione socio-economica della sua famiglia, così come dal benessere e dall’istruzione dei genitori; infatti, una scarsa stimolazione dovuta a fattori di disagio sociale ed economico, influiscono negativamente soprattutto sul linguaggio e la memoria.
Ma cosa significa tutto questo? Che la prima infanzia è un periodo delicato per stimolare il cervello e, è un’opportunità cercare di creare tanti stimoli per uno sviluppo cerebrale a lungo termine. Infatti, i libri aiutano a sviluppare l’intelligenza a prescindere dal livello culturale dei genitori.

sabato 23 novembre 2013

Albero di Natale, il decalogo per renderlo sicuro per i bimbi

di Concetta Desando
Manca poco a Natale, e manca ancora meno al tradizionale montaggio dell'albero. Che, però, può essere anche un pericolo, soprattutto se in casa ci sono bambini piccoli: lucine, candele, palline colorate, addobbi che sembrano biscotti o caramelle... tutto ciò che è appeso all'albero, agli occhi di un bambino, è un oggetto che sembra essere stato messo lì apposta per essere preso, e magari anche infilato in bocca. E, tirando gli addobbi, c'è anche il rischio che l'albero si sbilanci e cada addosso al piccino.
Pericoli che possono essere evitati con alcuni semplici accorgimenti: ecco dunque il decalogo per preparare un albero di Natale sicuro, con diversi spunti tratti dai consigli dei vigili del fuoco. 
  1. Appesantire la base per evitare che l’albero cada. Se si tratta di un albero finto, quando lo montate cercate di appesantirne il più possibile la base: alcuni sono dotati di un vaso (nel quale infilare il fusto) che può essere riempito di pesi per stabilizzarlo; per altri, che dispongono solo di un treppiede, l’operazione è più difficile ma non impossibile (ad esempio il treppiede può essere infilato in uno scatolone, da riempire poi di libri). Se l’albero è vero, invece, la base è già abbastanza stabile, ma dovete assicurarvi per il bambino non venga attratto come una calamita dalla terra contenuta nel vaso.
  2. La sicurezza in cima. Un altro accorgimento utile per evitare che l’albero cada è quello di legarne la cima con lo spago a un mobile vicino (che dev’essere pesante, per evitare che cada anch’esso): in questo modo diventa molto più difficile ribaltarlo.
  3. No alle palline in vetro. Sono sicuramente più belle, più artistiche, più romantiche, ma le decorazioni in vetro, quando in casa c’è un bambino, sono assolutamente vietate. Perché, se l’albero si ribalta, o anche solo se il piccolo riesce a raggiungerne una e a staccarla, il pericolo che vada in frantumi e che lo ferisca è molto alto. Meglio, quindi, optare per decorazioni in plastica, accertandosi che non abbiano parti acuminate o bordi taglienti.
  4. Candeline vietate. Anche queste decorazioni, come le palline in vetro, sono tra le più classiche per l’albero di Natale, e quando vengono accese contribuiscono come nient’altro all’atmosfera natalizia. Ma fuoco e bambini non vanno d’accordo (così come fuoco e alberi in materiale plastico), quindi meglio evitarle. Anche se si lasciano spente, perché i più piccoli possono scambiarle per dolci e tentare di mangiarle.
  5. Luci a norma. Le lucine colorate sono senza dubbio uno degli ingredienti che contribuiscono a creare l’atmosfera. Ma, come tutti gli apparecchi elettrici, non sono prive di rischi, per cui (oltre a posizionarle in punti non accessibili al bambino) bisogna accertarsi che siano a norma. Ricordatevi, poi, di spegnere sempre le luci prima di uscire di casa o di andare a dormire.
  6. Prese fuori portata. Una volta montate le luci, bisogna fare particolare attenzione a eventuali fili, prolunghe, prese “volanti”, ciabatte elettriche utilizzati per collegare l’illuminazione alla presa di corrente: tutte vanno posizionate in modo che non siano assolutamente raggiungibili dal bambino.
  7. Attenzione ai nastri. I festoni rappresentano un potenziale pericolo: così morbidi e coloratissimi, per i bambini la tentazione di prenderli dall’albero e avvolgerseli attorno al collo a mo’ di sciarpa può essere forte, con un evidente rischio di soffocamento. Per decorare l’albero, dunque, è meglio usare nastri e nastrini, ma non più lunghi di 15 centimetri in modo che non possano essere avvolti attorno al collo.
  8. La posizione è importante. L’albero, vero o artificiale che sia, naturalmente non va mai posizionato vicino a una fonte di calore come possono essere una stufa o un caminetto, per scongiurare il rischio d’incendio. Per lo stesso motivo l’albero va posizionato lontano da oggetti infiammabili quali tende o mobili imbottiti. Per gli alberi finti, inoltre, bisogna accertarsi che siano in materiale non infiammabile.
  9. Irraggiungibile. Il modo più sicuro per proteggere albero e bambino in un colpo solo è comunque quello di rendere l’abete irraggiungibile, posizionandovi intorno una barriera. Può essere una “recinzione” di quelle utilizzate per delimitare l’area gioco dei bimbi, può essere un divano, può essere un “muro” di pacchi e pacchetti con i doni di Natale… l’importante è che il bambino, stendendo le braccia, non arrivi ai rami. Certo, coprendo l’albero sparisce un po’ di magia; ma a mali estremi, estremi rimedi.
  10. Un albero “speciale”. L’ultimo consiglio è in realtà un trucco: per distogliere l’attenzione del bambino dall’albero di Natale, se ne può creare un secondo “su misura” per lui: un piccolo alberello di pochi centimetri da decorare con pupazzetti, biscotti, peluche… e da lasciare a disposizione del piccino affinché, quando vuole, possa giocare liberamente con quello e non con quello “vero” che resterà invece vietato.
Infine, oltre ai consigli per l’albero di Natale, uno importante riguarda un’altra pianta che addobba le nostre case durante le feste: la Stella di Natale (Euphorbia pulcherrima). Il suo lattice, infatti, è fortemente urticante per la pelle e le mucose, in particolare quelle dei bambini, ed è tossico se ingerito. Questa bellissima pianta, dunque, non va tenuta alla portata dei piccoli.