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giovedì 5 dicembre 2013

Lasciare i bambini ai nonni oppure no?


Lasciare i bambini ai nonni oppure no?
La scelta sembra scontata. Invece non è affatto semplice. I nonni sono una risorsa importante, fondamentale.
Ma se il loro modo di fare, i loro principi, le loro regole sono diverse dalle nostre, come ci dobbiamo comportare noi genitori?
Ad esempio, se chiediamo loro di fare alcune cose in una certa maniera e poi quando torniamo ci accorgiamo che nulla di quanto avevamo chiesto è stato fatto, che si fa?
Risponde la dottoressa Francesca Santarelli, psicologa dell'infanzia.
Si sa, l’argomento “nonni” è sempre una tematica che fa discutere e che, quasi in tutte le famiglie, si attiva dal momento stesso in cui si annuncia l’arrivo del piccolo erede! Non ne parliamo di cosa accade quando il cucciolo è poi nato, i primi momenti in cui tutto è concentrato sul nuovo arrivato, la questione dei ruoli da definire subito e della possibilità (o scelta obbligata) di affidarlo a loro mentre si va a lavorare.
Se in più ci aggiungiamo controversie antiche che ci appartengono come figli e conflitti non risolti con le rispettive e altrui famiglie di origine, il quadro si complica non poco e spesso va ad incidere non solo sulla gestione/educazione del bambino, ma anche sulla stessa qualità della vita di coppia.
Che ci piaccia o no, il ruolo che i nonni svolgono nell’accudimento dei piccoli è molto importante, sono figure che comunicano affetto e tenerezza, trasmettono un senso di continuità e insegnano l’arte del tempo che passa, una  storia che congiunge il passato, il presente e il futuro.
I nonni aiutano a far capire al bimbo che anche i suoi genitori sono stati bambini e hanno combinato le loro marachelle e questo gli insegna a riconoscersi come individuo separato dal nucleo originario, apprendendo al contempo, che la sua esistenza fa parte di una catena generazionale, di una storia di storie, e ritrova nei nonni stessi, le radici senza le quali non potrebbe, nel tempo, spiccare il volo.
La coppia dei nonni offre anche un’alternativa allo stile educativo dei genitori, il tempo passato con loro diventa una zona franca in cui le regole mutano, diventano più concessive e divertenti.
La prima qualità che tradizionalmente viene associata ai nonni è la saggezza, che passa attraverso la pazienza. Il bambino può imparare tanto se i nonni trascorrono del tempo con lui, con tranquillità e senza fretta, svolgendo insieme un’attività che lo diverta e lo incuriosisca, come preparare un dolce, raccontare una storia, curare i fiori del giardino, occuparsi dell’orto. Si tratta spesso di esperienze e di conoscenze ormai superate dalla tecnologia e dalla vita più frenetica di oggi, che il bambino avrà poche possibilità di apprendere altrove.
Il fatto che i nonni siano diventati così importanti nella routine quotidiana ha permesso di consolidare i rapporti familiari, che però possono essere non sempre facili da gestire.
I nonni, a volte, tendono a invadere il ‘territorio’ dei genitori, convinti sulla base della loro maggiore esperienza di sapere cosa è meglio per i nipotini. Inoltre, il fatto che il loro aiuto sia fornito in modo del tutto libero e ‘gratuito’ può accrescere i problemi di ‘confine’. Per questo, è importante che tra gli adulti ci sia un buon dialogo e che si sappiano gestire eventuali disaccordi con buonsenso, per permettere al bambino di beneficiare al meglio del tempo trascorso con loro.
Possiamo stabilire delle regole d’oro che ci possono aiutare in questo:
1) Valutate fin da subito se i nonni ritengono una fortuna il doversi occupare del vostro cucciolo oppure se lo ritengono un impegno che sottrae tempo alla loro vita e attività sociale. Stabilisci da subito quanto tempo sono disposti eventualmente ad occuparsi di lui.
2) Dedicate un po’ di giorni ad una sorta di affiancamento con i nonni che si dovranno occupare del piccolo: li aiuterà a capire con quali principi intendete educarlo e a cosa fare piu attenzione.
3) Gli orari della pappa, della nanna e del gioco, vanno concordati, compatibilmente con gli impegni dei due nuclei familiari. Non è bene scombinare quello dei nonni, così come non dovete permettere che quello dei nonni crei disordine al vostro.
4) Succede che, dai nonni, i bambini più piccoli passino troppo tempo davanti alla tv e i più grandi ne approfittino per giocare ai videogiochi. Concorda con loro i tempi di esposizione, suggerendo giochi o letture alternative.
5) Concorda quali deroghe alle regole di comportamento sono tollerabili quando il bimbo è con loro.
6) Qualunque cosa non vi piace, non vi fa star bene ecc, parlatene con loro tranquillamente, sottolineando che riconoscete quanto loro fanno per voi e il vostro piccolo, ma che per voi sono importanti determinate cose che vi fanno stare più tranquille.
Ricordatevi inoltre che è importante essere disposte a creare dei compromessi e a fidarvi di loro: se il nostro piccolo è affidato per tante ore alla loro gestione, a parte le linee guida generali, dovete accettare che loro non sono voi e non possono fare esattamente le stesse cose che fareste o non voi. Il buon senso, la responsabilità e l’amore per il nipotino, devono essere quegli elementi che dovete tener presente per fidarvi di loro.
Ricordate inoltre che se vivete con astio, conflittualità, sfiducia, gelosia e  diffidenza il fatto di lasciare il vostro bimbo con loro, non farete altro che vivere amaramente voi questo periodo e trasmettere questa sensazione angosciosa e di disagio anche al vostro piccolo.
In questo caso, sarebbe meglio optare per una diversa soluzione.

giovedì 21 novembre 2013

Bambini al nido fin da piccoli? Sì, grazie

di Margherita Fronte, tratto da corriere.it

È il dubbio di tutte le mamme: iscrivere il figlio al nido oppure tenerlo in casa, affidandolo magari ai nonni o a una baby sitter? Anche i pediatri sono divisi, ma da qualche tempo gli studi stanno convergendo su un’unica risposta, che si può riassumere così: i bambini che iniziano ad andare all’asilo già nel primo anno di vita crescono più sani.
IL CONGRESSO - A tirare le somme delle ricerche disponibili sono stati gli esperti riuniti al Congresso delle società europee di pediatria, che si è tenuto di recente a Glasgow (Regno Unito). Ne è emerso che la frequenza precoce al nido fa diminuire in modo considerevole le probabilità di contrarre le più importanti malattie dell’infanzia. Per il tumore pediatrico più diffuso, la leucemia linfoblastica acuta, il rischio si riduce di circa un terzo e alcuni studi hanno trovato un effetto analogo anche per altri tumori. Un beneficio ancora maggiore è stato poi riscontrato per l’asma - che colpisce ormai quasi un bambino su tre fra i 6 e i 14 anni - il cui rischio arriva a dimezzarsi se i piccoli vanno al nido prima di aver compiuto un anno. Vantaggi sono infine stati osservati anche per il diabete di tipo 1 (con una riduzione dell’incidenza del 30-40 per cento) e per l’obesità, anche se in quest’ultimo caso gli studi sono ancora pochi e il dato va confermato.
SISTEMA IMMUNITARIO - Alla base del fenomeno c’è certamente il contatto precoce del sistema immunitario con gli agenti infettivi che circolano copiosamente fra i piccoli: i raffreddori, la febbre, la tosse e gli starnuti così ricorrenti durante i primi mesi di vita comunitaria hanno insomma un lato buono. E tuttavia, «sui meccanismi precisi di questa immunoregolazione indotta dall’esposizione alle infezioni c’è ancora ampio dibattito, e ipotesi anche molto lontane fra loro» spiega Giorgio Tamburlini, presidente del Centro per la salute del bambino di Trieste, commentando gli studi presentati a Glasgow sulla rivista Medico e bambino. Il dato che però emerge chiaramente è che quanto e più precoce è la frequenza tanto maggiori sono è i benefici.
DUBBI RISOLTI - Nel congresso britannico sono anche state fortemente ridimensionate le preoccupazioni che erano emerse in passato sul versante comportamentale. Le critiche agli asili d’infanzia, infatti, ancora oggi si basano soprattutto su uno studio statunitense che, a partire dagli anni Novanta, ha riscontrato nei bambini che vanno al nido maggiori difficoltà nella relazione con le madri e problemi di vario tipo, che si protraevano fino all’adolescenza. Una ricerca norvegese uscita quest’anno su Child Development, e condotta su 75mila bambini, non solo non ha trovato alcuna relazione di quel tipo, ma ha anche ha individuato alcuni errori fondamentali nel metodo seguito dagli americani, che ne avrebbero inficiato i risultati. Per contro, osserva Tamburlini: «Vi è un’importante messe di studi che hanno dimostrato benefici sullo sviluppo cognitivo e sociale».
ACCESSO DIFFICILE - Nonostante i vantaggi dei nidi, e i bisogni pressanti delle famiglie con figli piccoli, l’offerta di questo tipo di scuole in Italia copre solo il 10-20 per cento delle necessità e spesso le rette sono troppo alte. Conclude Tamburlini: «Sarebbe il caso che il nostro governo, le nostre Regioni e i Comuni impegnassero più risorse per questo fondamentale investimento. Provate a pensare cosa succederebbe se venisse prodotto un vaccino che allo stesso tempo sia capace di migliorare lo sviluppo cognitivo e sociale e di ridurre del 30-40 per cento le patologie più gravi del bambino: quale amministrazione nazionale o regionale si arrischierebbe a non renderlo disponibile? Ebbene, questo “vaccino” esiste. E si chiama nido».

giovedì 14 novembre 2013

Genitori che avventura! Intervista a Sofia Mattessich (terza parte)

Continua l'intervista a Sofia Mattessich, autrice del libro "Genitori che avventura! Principi  pratici per educare i figli" edito da San Paolo, di cui trovate qui la prima e qui la seconda parte.

E' importante osservare il comportamento dei figli: può farci qualche esempio di come e cosa osservare e che cosa dedurre?

Per conoscere i nostri figli, occorre dialogare con loro e osservarne il comportamento; teniamo presente che i bambini usano molto di più le azioni che le parole per esprimere i loro sentimenti. 

Per riuscire a osservare il comportamento di nostro figlio e a dedurne qualcosa, occorre prima di tutto prestare attenzione e in secondo luogo riflettere.
Per esempio, se una sera fatichiamo molto più del solito a mandare a letto il nostro bambino, pensiamo a che cosa può aver causato preoccupazione o sovraeccitazione, ricordando quel che è successo oggi o che è in programma domani (abbiamo avuto una discussione accesa con nostro marito/moglie? Domani il piccolo festeggia il compleanno invitando gli amichetti a casa?). E’ importante non lasciare nostro figlio da solo con le sue emozioni, ma aiutarlo prima di tutto a verbalizzarle, dando loro un nome e identificandone le cause; poi aiutiamolo a rielaborarle e gestirle in modo adeguato (dicendo per esempio: “qualche volta la mamma e il papà discutono su qualcosa, ma poi trovano un accordo”, “anche l’anno scorso eri emozionato prima della tua festa, poi ti ricordi che sono venuti Camilla e Francesco, avete giocato con il didò, hai soffiato le candeline e aperto i regali…”).

Oppure un bambino manifesta un comportamento oppositivo in una situazione in cui normalmente è conciliante, oppure si fa male ripetutamente o litiga più del solito con il fratellino; anche qui occorre riflettere sulle cause (può anche essere solo stanchezza, connessa all’attività svolta durante la giornata oppure per esempio allo sforzo nell’affrontare un cambiamento per lui impegnativo, come l’inizio della scuola o anche il trasferimento in una località per trascorrervi le vacanze).

Se osserviamo che il nostro bambino di fronte ai compiti nuovi si scoraggia alla prima difficoltà, può darsi che abbia troppa poca fiducia in se stesso e che sia necessario fargliene acquisire di più, per esempio facendogli notare di volta in volta come ha imparato a svolgere bene una qualche attività che prima non sapeva fare.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito; le parole-chiave per noi genitori sono “attenzione” e “riflessione”.

"I no che aiutano a crescere": forse oggi per i genitori è la parte più difficile. Può rassicurare mamme e papà dei più piccoli dando qualche consiglio su come sia utile e possibile dire di no ai figli?

Lo stile educativo più diffuso un tempo era di tipo autoritario: i genitori facevano attenzione soprattutto a controllare il comportamento attraverso regole rigide e divieti, senza dare molte spiegazioni e coltivando poco la dimensione degli affetti. 

Oggi, nonostante il proliferare di testi divulgativi del tipo “Se mi vuoi bene, dimmi di no”, è molto diffuso uno stile permissivo, in cui ai figli si impone poco il rispetto di regole e limiti, un po’ per stanchezza (dire di no richiede spesso più energia) e un po’ perché i genitori desiderano vedere i propri figli contenti e non si rendono conto che così facendo non li renderanno felici, ma fragili. Infatti, i bambini hanno bisogno di regole (il più possibile coerenti) e di un adulto forte che sappia contenere i loro desideri, impulsi ed emozioni, che funga da guida sicura e da argine; solo così possono crescere sicuri e imparare col tempo ad autoregolarsi, finché sapranno un giorno dirsi da soli: “Ora non posso giocare, perché prima devo fare i compiti”. 

Inoltre, l’esperienza della frustrazione costituisce per i piccoli un’opportunità essenziale di imparare ad affrontare le difficoltà e di rafforzarsi; senza di essa, i nostri adolescenti andranno in crisi di fronte alle prime avversità.
La famiglia di oggi rispetto a quella di un tempo ha il grande pregio di essere un luogo caloroso, in cui si comunicano affetti. Non è auspicabile il ritorno al vecchio autoritarismo, bensì l’adozione di uno stile educativo autorevole, in cui i genitori oltre al calore dell’affetto comunichino regole chiare e coerenti e ne pretendano l’osservanza in modo fermo, stabilendo limiti e non soddisfando prontamente tutti i desideri dei figli. I bambini educati con questo stile mediamente hanno più fiducia in se stessi, sono più autonomi, responsabili e più abili nei rapporti sociali.

Quando noi genitori diciamo “no” a un desiderio di nostro figlio, dobbiamo osservare tre passi: 
1) esprimere comprensione per il suo desiderio e i suoi sentimenti;  
2) mostrargli però le esigenze della realtà; 
3) dargli sostegno e valorizzarlo. 
Per esempio, potremmo dire: “(1) Capisco che vorresti restare qui al parco a giocare con i tuoi amici e che ti dispiace dover tornare a casa, ma (2) dobbiamo rientrare, perché devo preparare la cena; (3) [quando il bambino acconsente, seppur sbuffando] bravo, ero certa che avresti capito”. 
In questo modo il bambino non percepisce un genitore “cattivo” che proibisce e sgrida, ma un genitore che (1) lo capisce e (2) gli indica le esigenze della realtà che comportano anche frustrazioni – frustrazioni alle quali (3) egli è in grado di far fronte.

giovedì 7 novembre 2013

Genitori che avventura! Intervista a Sofia Mattessich (seconda parte)

Continua l'intervista a Sofia Mattessich, autrice del libro "Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli" edito da San Paolo, di cui trovate qui la prima parte.

Quali suggerimenti può dare a una mamma e un papà che desiderano coltivare di più la relazione con i propri bambini, dalla nascita via via fino ai cinque anni?

Suggerisco: coccole, parole, giochi, apprendimento. Ai papà suggerisco anche di partecipare fin dall’inizio ai compiti di accudimento, come ormai sempre più spesso succede.

COCCOLE. Fin dalla nascita, il bambino ha bisogno non solo di contatto fisico, ma anche di coccole. I gesti con cui tocchiamo il piccolo e le parole che gli rivolgiamo devono esprimere la tenerezza e l’affetto che proviamo per lui; se noi genitori esprimiamo questi sentimenti anche all’interno della coppia, è più facile che essi circolino poi in tutta la famiglia.

PAROLE. Non è mai troppo presto per parlare con un bambino. I neonati apprezzano il suono della nostra voce, che ha su di loro un effetto calmante; spieghiamo dunque loro che gli stiamo per cambiare il pannolino, che gli mettiamo il golfino, ecc. Man mano che i bimbi crescono, continuiamo a parlare con loro (non “a loro”) adeguando i discorsi all’età e mostrandoci sinceramente interessati a ciò che raccontano.

GIOCHI. Per un bambino, i momenti trascorsi a giocare con un adulto amorevole andranno a costituire nella sua memoria un patrimonio indelebile di emozioni positive. Adattiamo il tipo di gioco all’età di nostro figlio (quando è ancora molto piccolo, stiamo attenti a non sovrastimolarlo e a mantenere un ritmo lento); osserviamone le preferenze e assecondiamole, tenendo presente che possono variare in base al livello di stanchezza e all’umore, esattamente come per noi. 

APPRENDIMENTO. Il bambino ha sete di apprendere e noi siamo il suo punto di riferimento: a noi chiede il nome e la funzione di ogni cosa, dalle nostre reazioni (oltre che dalle nostre parole) impara quali situazioni e quali persone sono “buone” e quali invece devono destare preoccupazione. Condividere con il piccolo le nostre conoscenze (anche leggendo libri e raccontando storie) e insegnargli le nostre abilità, svolgendo qualche attività insieme (per esempio: stendere i panni, innaffiare i fiori, lavare l’auto), è un ottimo modo per approfondire e consolidare la relazione, ricordando che fino ai 5-6 anni è bene che l’apprendimento non sia strutturato, ma che rimanga sul piano del gioco, e che non è importante la quantità di nozioni e abilità che riusciamo a insegnare, ma la curiosità e la passione che riusciamo ad accendere. Cerchiamo di proporre al bambino conoscenze e attività calibrate sulle sue capacità, in modo che sviluppi la fiducia in se stesso e si senta in gamba.

Lei suggerisce di mettersi nei panni del bambino per capire il suo punto di vista: come possono fare i genitori?

Prima di tutto, noi genitori dobbiamo pensare all’emozione che il piccolo sta provando in un dato momento; fino ai 5 anni, le risposte emotive dei bambini sono molto semplici, riferibili alle cosiddette “emozioni di base”: rabbia, paura, sorpresa, gioia, tristezza, gelosia, imbarazzo. 
Poi dobbiamo identificarne le cause, che in genere a quell’età sono legate al presente: a quel che è successo appena prima o a quel che il bambino si aspetta succeda subito dopo. In questo modo, ci siamo sintonizzati sullo stato interno di nostro figlio e possiamo insegnargli a verbalizzare le sue emozioni e a esprimerle con parole e comportamenti adeguati. Per esempio, invece di limitarci a sgridarlo perché ha dato uno spintone al fratellino, possiamo dirgli: “capisco che sei arrabbiato perché Dario ti ha preso l’automobilina con cui stavi giocando tu, ma non si danno gli spintoni; puoi dirgli ‘ridammi l’automobilina che ci stavo giocando io, prendi quest’altro giocattolo’”.

Ricordiamo che la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni non è innata, ma si deve apprendere; se non insegniamo al bambino a riconoscere che sta provando rabbia e che cosa l’ha causata, lui sarà consapevole soltanto del fatto che gli viene da dare uno spintone al fratellino: bisogna spiegargli che la rabbia è giustificata, ma che va espressa in un altro modo; se ci limitiamo a condannare lo spintone, il bambino capirà che il suo impulso a spingere è sbagliato (mentre è normale) e non sarà affatto facile per lui imparare da solo come gestirlo la prossima volta che lo sentirà.

Cerchiamo, inoltre,  di tenere presente i limiti cognitivi e di giudizio morale di un bambino piccolo. A partire dai due anni, il bambino ha bisogno di separarsi da noi genitori e, proprio come un adolescente, raggiunge quest’obiettivo anche attraverso l’opposizione; ma gli strumenti disponibili a quest’età per opporsi sono ancora rudimentali: per esempio, possono consistere semplicemente nel fare il contrario di quello che diciamo noi, apparentemente per il solo gusto di provocarci; quando perdiamo comprensibilmente le staffe, ricordiamo qual è la motivazione del bambino (crescere, separandosi da noi) e quali i suoi limiti cognitivi. Per quanto riguarda la capacità di giudizio morale, non stupiamoci per esempio se un bambino di tre anni appare dispiaciutissimo perché ha rotto qualcosa inciampando per errore, ma non sembra sentirsi in colpa per avere dato volontariamente un forte spintone al fratellino che per fortuna non si è fatto niente; i piccoli sono molto concreti e giudicano la bontà di un’azione in base alle sue conseguenze, non all’intenzione. 
Ricordiamoci anche che un bambino di quest’età non attribuisce ai gesti significati mediati culturalmente che a noi possono apparire scontati; per esempio, considera sputare un gioco divertente che lui sa essere disapprovato dai genitori, magari perché poi costoro devono pulire, ma non lo considera certamente un gesto di disprezzo.

(continua)

martedì 5 novembre 2013

Capricci dei bambini, come capirli

giovedì 31 ottobre 2013

Genitori che avventura! Intervista a Sofia Mattessich (prima parte)


Pubblichiamo oggi, e per i successivi due giovedì, un'intervista a Sofia Mattessich, autrice del libro "Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli" edito da San Paolo
Nata a Milano il 9/3/1967 e laureata in Psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Sofia si è specializzata in tematiche relative allo sviluppo di bambini e adolescenti. Mamma di Davide e Dario, si è occupata di psicologia scolastica, disabilità, formazione genitori, adolescenti, problemi familiari e di coppia. Collabora inoltre con Cortina Editore nella pubblicazione di testi di psicologia.

La prima parola del suo libro è “relazione”: perché dà così tanta importanza a questo fattore nell’educazione?

Ogni essere umano nasce “predisposto” all’interazione sociale, ossia a comunicare e legare con i suoi simili; il neonato di pochi mesi preferisce seguire con lo sguardo il viso umano piuttosto che qualsiasi altro oggetto e preferisce il suono della voce umana a qualunque altro suono. La relazione è dunque un bisogno primario e come tale permane tutta la vita.

Quando si educa, non si può prescindere dal fatto che l’educando è un essere relazionale e solo a partire dalla relazione gli sarà possibile crescere. Certo, è importante trasmettere principi astratti e stimolare la riflessione sui valori, ma questo può essere fatto solo all’interno di una relazione e tanto migliore sarà quest’ultima, tanto più le nostre comunicazioni risulteranno efficaci… Ricordando che i figli sono “frecce vive” che partono dal nostro arco, ma alla fine saranno loro a scegliere in quale direzione andare: noi possiamo solo fare proposte credibili ed è nella relazione con loro e con l’esempio che possiamo conquistarci credibilità.

Nel suo libro parla di "relazioni di attaccamento": che cosa sono?
La relazione di attaccamento è il legame che si forma tra il bambino e chi se ne prende cura – legame che il neonato è predisposto a costruire: il pianto, il sorriso, i vocalizzi sono tutti segnali con cui il piccolo comunica i suoi bisogni, compreso quello di vicinanza e di coccole. 
Lo psicologo Bowlby è stato il primo a occuparsi dei legami di attaccamento, facendone una descrizione che è ancora oggi considerata valida. Se il genitore è sensibile ai messaggi trasmessi dal piccolo e risponde in modo adeguato ai suoi bisogni e ai suoi stati emotivi, si sviluppa un legame di attaccamento cosiddetto “sicuro”, all’interno del quale il bambino costruisce un’immagine di sé come amabile e degno di attenzione e dell’altro come amorevole e degno di fiducia – un’ottima “base” dalla quale poi staccarsi per esplorare il mondo; se, invece, il genitore non è ricettivo e disponibile oppure lo è in modo incostante e incoerente, il legame è detto “insicuro”. 
Relazioni di attaccamento sicuro costruite nella prima infanzia (0-2 anni) favoriscono nel bambino lo sviluppo delle abilità cognitive e sociali e la capacità di gestire adeguatamente le emozioni e di far fronte alle avversità, mentre relazioni di attaccamento insicuro aumentano il rischio di disagio psicologico e sociale; sottolineo che si parla di relazioni che “favoriscono” uno sviluppo ottimale o che “aumentano il rischio” di disagi: non vi è una relazione di causa-effetto lineare e deterministica tra il tipo di attaccamento e l’equilibrio dell’individuo. Teniamo presente, inoltre, che se un bambino o un adulto hanno costruito nella prima infanzia legami precoci di attaccamento insicuro, relazioni successive importanti (come quelle con una brava maestra o anche con il medesimo genitore che è stato capace di cambiare oppure, più tardi, con un fidanzato) possono modificare e correggere le loro immagini interne di se stessi come non amabili e dell’altro come inaffidabile.
Attenzione che i genitori tendono a riprodurre inconsapevolmente con i figli il legame che avevano costruito a suo tempo con i propri genitori; il divenirne consapevoli può permettere di “aggiustare il tiro”.

(continua)

sabato 19 ottobre 2013

Scegliamo lo sport giusto con i nostri figli

Lo sport, per il bambino, deve essere prima di tutto un gioco da vivere con gioia insieme ai coetanei. È un momento di incontro e di aggregazione per aiutare a crescere sani nel corpo e nello spirito. Allo stesso tempo può rappresentare un’occasione per imparare i fondamenti dell’attività motoria.

I bambini dovrebbero arrivare spontaneamente alla scelta di fare sport; ai genitori spetta incoraggiarli, tenendo conto della loro età e della disciplina che intendono praticare.
Spesso è difficile dare una mano al bambino per scegliere lo sport più adatto alla sua età, alle sue caratteristiche fisiche e psicologiche, ma non dobbiamo decidere per loro. Non esistono sport di serie A e sport di serie B; ogni disciplina ha le sue caratteristiche, le sue regole (sia individuali che di gruppo) e sviluppa specifiche capacità e competenze in chi lo pratica. È importante una pratica regolare e formativa.
I genitori non devono mai dimenticare che lo sport viene praticato soprattutto per sviluppare il corpo, la psiche, per formare il carattere e per educare ad una sana ed onesta competizione basata su regole chiare e condivise.
Nessun bambino «deve» diventare un campione per forza, ma va aiutato ed incoraggiato a svolgere con impegno e passione l’attività sportiva, va educato al rispetto delle regole e degli avversari, all’accettazione del risultato senza eccessive aspettative e senza sensi di frustrazione.

Lo sport, se praticato con impegno e costanza, vissuto con
 spirito di amicizia e solidarietà, può diventare una vera «scuola di vita» insegnando al ragazzo che l’impegno e la leale competizione pagano sempre. L’eventuale insuccesso temporaneo può essere di stimolo alla ricerca ed al raggiungimento di risultati futuri più alti e positivi sia sul piano personale che su quello sociale e lavorativo.
Ecco qui sotto una sintetica griglia sugli sport più diffusi con le età consigliate e le principali indicazioni dal punto di vista psicomotorio
Atletica leggera: dai 6 anniI movimenti tipici di questo sport coinvolgono tutti i muscoli del corpo, per questo è consigliato. Coinvolge in modo armonico il sistema cardiocircolatorio e respiratorio, richiede prontezza di riflessi e capacità di affrontare la sofferenza ed il disagio
Arti marziali: 5-6 anni
Consente di acquisire un ottimo senso del proprio corpo nello spazio quanto di sfogare in modo non violento l’aggressività; favorisce l’autocontrollo perché si insegna la pratica del contatto disciplinato con l’avversario.
Calcio: 5-6 anni
Lo sport per eccellenza in Italia, praticato ad ogni età. Permette un buono sviluppo fisico, anche se privilegia gli arti inferiori, e favorisce la coordinazione. Sviluppa velocità e resistenza. Attenzione però perché può stimolare la competizione esasperata.
Pallacanestro: 5-6 anni
È una disciplina completa: sviluppa sia gli arti inferiori che superiori, richiede velocità e resistenza. Dà un’ottima coordinazione oculo-manuale. Può essere uno sport duro, è infatti fondamentale il contatto fisico. È particolarmente adatto a favorire la socializzazione.
Nuoto: dalla nascita
Può essere praticato da subito, a tutte le età. Il nuoto è uno sport non traumatico e completo, che sviluppa armoniosamente tutte le parti del corpo. Apporta inoltre grandi benefici dal punto di visto cardiocircolatorio e respiratorio (è molto adatto agli asmatici). È uno sport «salvavita».
Danza: dai 5 anni
Favorisce la coordinazione e lo sviluppo armonico del corpo. La danza è infatti movimento, armonia, equilibrio, linguaggio del corpo espressione e comunicazione nello stesso tempo. Avvicinarsi da piccoli rende sicuramente più semplice l’acquisizione di abilità specifiche e di tecniche appropriate.

Equitazione:  da piccoli (amatoriale), dai 9 anni (agonistica)

Favorisce la conoscenza ed il rispetto per l’animale e la socializzazione. Adatto a migliorare coordinamento ed attenzione. Tonifica la muscolatura degli arti e dello scheletro. Vi sono rischi legati ai traumi da caduta.
Scherma 7-8 anni
È uno sport completo: sviluppa un’ottima coordinazione motoria (è prevista una seria ginnastica di compensazione per la parte del corpo che si usa di meno), ma anche capacità intellettive (equilibrio e prontezza mentale).
Tennis:  9-10 anni
Unisce eleganza, agilità e potenza. I programmi di compensazione previsti dai corsi più seri impediscono uno sviluppo unilaterale del fisico. Il tennis, inoltre, rende i riflessi più veloci, migliora la coordinazione, anche quella oculo-manuale, dona senso del ritmo e dello spazio.
Rugby: 7-8 anni
Sport di contatto indicato soprattutto per i maschi. Insegna a dare e ricevere colpi associati alla dinamica di gioco, attivando un meccanismo di difesa attiva. Insegna il rispetto per l’avversario e per le regole. Insegna la coordinazione e la destrezza, sviluppa tutta la muscolatura del corpo. Sono frequenti gli incidenti ed i traumatismi (solitamente lievi).